Tappa Undici - da Bagnoli del Trigno a Trivento


22 agosto 2015 

La tappa è lunga, oggi. Nina Simone canta mentre un sole freddo spunta dai colli oltre la nebbia. Nel silenzio, prepariamo gli zaini in tempo record e neanche mezz’ora dopo siamo nella piazza deserta di Bagnoli, le tende arancio a custodire le noccioline di Alessandro e Claudio. Ci incamminiamo sulla vecchia provinciale, quasi senza parole fino a Salcito. Quando intravediamo il paesino, un signore in mezzo alla strada lo fotografa. Vive a Roma e ogni giorno porta i suoi ottant’anni a fare una passeggiata per ammirare Salcito da lontano. Alle porte del paese ci saluta e sale in macchina. Ci addentriamo e scorgiamo una bionda signora ai piedi di una lunga scalinata. Le chiediamo di poter posare gli zaini per visitare il paese e siamo subito incantate da quegli occhi accoglienti. Dopo colazione torniamo da lei, che ci offre delle paste al cioccolato “per darci energia”. Ne dobbiamo prendere almeno tre e noi, devote alle colazioni, certo non ci tiriamo indietro. Luciana ha vissuto a Roma una vita, ora però sono tre anni che ha risposto al richiamo delle origini ed è tornata a Salcito con il marito romano che, della capitale, conserva i modi affabili e caciaroni. Con loro c’è anche la sorella Irene, occhi buoni e ridenti. Questa mattina è un tripudio di “che Dio vi benedica” e forse è proprio così, perché anche oggi ci perdiamo, sì, ma per pochi minuti. Dopo Salcito riprendiamo a parlare, a giocare, a ridere.


Trivento è una lunga lingua di case sul crinale di un monte, una scia che sembra non finire mai. All’ingresso del paese ci viene incontro Annalisa con la naturalezza di un appuntamento organizzato da tempo, ci accompagna in pasticceria e ci offre la nostra terza colazione. Ha solo pochi minuti prima di andare a lavoro e li spende per noi. 
Proseguiamo qualche passo verso il centro e una macchina accosta. Santina e Angelo non sanno chi siamo ma hanno sentito parlare di noi dalle loro figlie, così ci invitano a fermarci da loro, una casa poco distante da lì. Una doccia, un pranzo e siamo già “adottate”. Santina e Angelo hanno quattro figli e un cane. Nicola, l’unico maschio, è il primogenito, poi Giulia ed Ester, gemelle, e Francesca. E Sissi. Nel pomeriggio visitiamo il centro storico con la prima cattedrale che davvero ci piace: c’è una cripta, sotto, piena di archi e colonne in pietra. Devi accendere le luci da solo. E, per favore, spegnerle quando te ne vai. Trivento è una scalinata lunghissima, impacchettata da nastri colorati che la separano dal cielo. Stasera è festa, si salgono gli scalini e a ogni rampa si assaggiano prodotti tipici, dall’antipasto al dolce. Noi però rientriamo a casa: Ester è tornata in bus da Campobasso apposta per conoscerci. Nessuno aveva mai fatto un viaggio a sorpresa per noi, lasciando il libro aperto sulla scrivania. Ester sì. Ceniamo in una lunga tavolata per una grande famiglia, Santina fa tutto, dall’antipasto al dolce: la festa è qui. Santina conosce alla perfezione i bisogni della sua famiglia e con tranquilla operosità li colma, assolvendo ogni compito con la spontaneità di chi ha trovato in questo fare per gli altri la sua vocazione. Dopo cena si preparano tutti per uscire, anche Santina che di solito resta in disparte. Solo noi crolliamo in un sonno profondo pochi minuti dopo, sotto gli occhi un po’ straniti di Sissi.

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Agnone e Pietrabbondante


21 agosto 2015 

Ci svegliamo ancora prima che Nina Simone canti, ormai abbiamo un nuovo ritmo nel corpo, il tempo del cammino, ed è difficile scrollarcelo di dosso anche se oggi è pausa, festa dei piedi. Walter, la nostra eccelsa guida dell’Alto Molise ­- ma solo per un giorno -­ ci raggiunge al bar, poi ci scorta nella sua macchina lungo un rincorrersi di curve, direzione: Agnone. 
Ci immergiamo sempre più in questo verde sempre più verde e ci mangiamo un po’ le mani per aver lasciato indietro questo angolo di terra “di confine”. I paesaggi cambiano veloci, dietro al finestrino. Non abbiamo il tempo di abituarci né di ricordarli, di odiarne le campane, di seguire i nibbi. Agnone ci appare imponente, sulla cresta alla nostra destra ma non abbiamo nemmeno il tempo di scattare una foto che il tracciato riprende a curvare. Arriviamo in centro, c’è ancora qualche striscia bianca per parcheggiare, ma la cittadina è ben diversa dai paesini che ci siamo lasciate alle spalle. Iniziamo una staffetta tra le vie del centro storico: le vecchie botteghe veneziane a P, P rovesciata, le quattordici chiese con le proprie campane, lustro della città. Ci spingiamo fino al belvedere -­ o mirargiocondo -­ e lo spettacolo che ci circonda è la natura coi suoi colori della festa. Un uomo prega le montagne: “dovreste venire di sera” dice “sembra un presepio”. E noi gli crediamo perché qui, da un paese all’altro, ci sono solo le stelle a far da lampione. 
Mentre Walter ci fa strada verso il museo incappiamo in uno degli ultimi fabbri della città. Il sorriso timido delle persone umili ai complimenti. Appena ci avviciniamo si pulisce le mani in una pezzuola unta. Dopo di lui non ci sarà nessuno a prendere il suo posto, ma la vita va così, sembra dirci coi suoi occhi color ferro. La biblioteca dà sul chiostro di San Francesco. Ci piacciono i chiostri che soli dicono pace. Qui Agnone custodisce preziosi volumi che fanno gola, quasi a voler dire: un tempo siamo stati importanti, vogliamo esserlo ancora. Firmiamo il libro degli ospiti, ma non quello all’ingresso, quello chiuso dentro un cassetto a chiave, inaugurato da papa Giovanni Paolo II. C’è un po’ di timore reverenziale poi però la mano è più svelta e lascia il segno di due passi in Molise. Walter si prende cura di una mostra sui Sanniti e noi siamo davvero felici di visitarla perché qui vediamo condensato, amplificato, tutto quello che abbiamo imparato fino a oggi. E ci emozioniamo un po’ davanti alla tavoletta originale in lingua osca.


Corriamo in macchina e poi Pietrabbondante. Abbiamo il cuore un po’ in subbuglio, ma anche i nodi si sciolgono davanti a quello che troviamo: c’è qualcosa di straordinario, una bellezza sopita, come i muri lo dicessero che sono più antichi pure di Roma. Prendiamo tempo, Walter è una guida eccellente, ma lì è tutto da assaporare con gli occhi, ogni singola pietra, la famiglia in vacanza, gli archeologi in pausa pranzo. Contribuiscono tutti a creare meraviglia. Questa “gita” è un pasto mangiato di fretta: compriamo tre panini e ci rimpinziamo nel bosco di Collemeluccio appena prima che inizi a piovere. Torniamo a Bagnoli e salutiamo Walter; guardiamo il temporale dalla cameretta, suoniamo, diciamo tante parole che non sono un discorso perché ogni giorno, qui, ora, sono ben più di ventiquattro ore e a noi ne servirebbero almeno trenta. Poi andiamo a letto sfinite, anche se oggi i chilometri li abbiamo percorsi con testa e occhi.

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Tappa Dieci - da Civitanova del Sannio a Bagnoli del Trigno


20 agosto 2015 

Bagnoli. Paese di tassisti e zanzare tigre.

Questa mattina il buon Vito ci ha offerto la colazione e ci ha accompagnate per un pezzo lungo il tratturo e sul sentiero, prima di tornare a Civitanova in tempo per la messa in ricordo di sua mamma, morta oggi tre anni fa. Vito non parla molto, ma le sue parole sono soffici, come il suo modo di affrontare la vita. Non sappiamo se ci rivedremo, ma incontrarlo ci ha lasciato in eredità il desiderio di proteggere questo modo di vivere di cui si sente la nostalgia solo quando lo ritrovi in qualcuno. Quando torna sui suoi passi, noi camminiamo nel fango di una frana riparata da poco. Ci stupiamo della velocità dei nostri passi e alle dieci siamo già a Bagnoli. Entriamo in paese salutando le persone che incontriamo. Non ci (ri)conosce nessuno, solo una ragazza esprime la sua stima con un pollice alzato. Si respira una strana aria, qui. Sembra un quartiere di Roma trasferitosi in Molise: c’è baccano, c’è confusione. Si avvicina a noi Giuseppe, ha una gamba ingessata e con un gran sorriso ci indica un ragazzo del posto a cui chiedere informazioni: “lui vive qui anche d’inverno, sicuramente vi potrà aiutare”. La maggior parte della gente che c’è in giro, invece, è venuta qui in vacanza. In taxi. Il proprio taxi. 
Partecipiamo anche noi della confusione di questa piazza, ma in un modo diverso. Non sappiamo bene cosa fare, ci lasciamo invadere dalle sensazioni accovacciate su una panchina. Sono tutti in fermento, questi sono giorni di festa. Decidiamo di rivolgerci al parroco che sta celebrando messa. Allora attendiamo, mentre la gente si accalca riempiendo la chiesa e persino una stanza sotterranea, forse costruita apposta per l’afflusso estivo di fedeli. È un’ospitalità incredula quella che riceviamo, il parroco un po’ imbarazzato si offre persino di pagarci il pranzo, ma a noi basta un tetto. Nella casa del pellegrino abitano per dieci giorni anche Claudio e Alessandro, di ventuno e sedici anni, che vendono le noccioline in piazza in queste sere d’estate. Sono persone che si adattano, loro, e che sanno trasformare ogni luogo in casa, perché le tende del loro negozio ambulante sono arancioni. È una situazione surreale, tra statue di santi accatastate, una sala da pranzo con playstation e carte per giocare insieme, una cucina dal gas singhiozzante con il quale ci preparano un pranzo da due in cui mangiamo in quattro. È un’ospitalità concreta e senza fronzoli, la loro. Un’ospitalità sincera e spiazzante. Claudio dà ordini e Alessandro esegue senza esitare, senza fiatare. Ci guarda con gli occhi grandi e basiti, mentre raccontiamo di questo viaggio che lascia i nostri fidanzati a casa, anche quando di fidanzati non ce ne sono, se non nelle parole che escono spontanee per difesa. Perché la vita ci ha riservato esperienze diverse, perché anche noi ci adattiamo, ma dopo aver incontrato tante persone che, incredule, continuano a chiederci -­ e a chiedersi -­ se non abbiamo paura, forse alla fine un po’ di paura l’hanno insinuata e un po’ di distanza la prendiamo. Giusto quella che serve per trovare un nuovo punto di incontro e condivisione.


Facciamo un altro giro nel paese nella “terra di basso” e ci perdiamo in vicoli tortuosi che non portano da nessuna parte. Risaliamo in piazza costeggiando la roccia viva che separa e tiene insieme il paese e incrociamo una processione, dopo aver messo un biglietto d’amore per il Molise nella “bocca di Cupido”. In piazza, il profano in coda al sacro: si sta allestendo il palco per un concerto. Chiediamo informazioni per la cena a una signora verde e viola, un suo amico ci riconosce, sanno che stiamo facendo il giro del Molise a piedi, parliamo un po’. È un’ospitalità diversa, qui. Un’ospitalità che va ricercata, che va richiesta. È un incontro che deve partire da noi, dal nostro “sforzo”. Ma oggi abbiamo ricevuto quella dei nostri coinquilini ed è già un gran regalo. 

Di Bagnoli del Trigno, città doppia, dirò solo poche cose. Si arrampica sulla roccia, l’una, mentre l’altra dei monti non vede che le spalle. Le campane si rincorrono sempre: quella di basc’ fa l’eco a quella in copp’ e nessuna delle due segna l’ora, ma la precedenza di una sull’altra. Quando viene agosto, i suoi abitanti si nascondono negli anfratti per lasciare posto ai tassì che riempiono le strade. Mettono di nuovo la testa fuori solo per le feste. Due sono le chiese, due i campanili, due i santi patroni, così che ­chi vi abita­ non sa più a chi appartiene: quando è felice, vorrebbe essere triste; quando è sveglio vorrebbe dormire; quando arriva qualcuno vorrebbe essere ospitale, ma l’altra parte della città non gli permette di essere né l’uno né il due, così rimane fermo dove si trova. E aspetta.

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Tappa Nove - da Torella del Sannio a Civitanova del Sannio


18 agosto 2015 

Questa mattina, per la prima volta, siamo riuscite a partire “in tempo”. Questo tempo che ha un corso tutto suo e che siamo noi a decidere in base al sole e ai chilometri. Ci siamo fermate a fare colazione in pasticceria a Torella. Gianni ce l’aveva pagata la sera prima senza dirci nulla. Ha un cuore grande e un occhio gonfio e stasera aprirà la sfilata della festa a Bagnoli del Trigno come Duca, per poi abbandonare questa partecipazione all’apice della sua carriera. Prendiamo il tratturo, che qui è una bella linea dritta che taglia le curve di livello e la prima cosa che vediamo è una volpe che attraversa, sola, un campo. Non si può non pensare a quella storia, in quel momento. C’era un bambino e una volpe, un campo di grano. Poi un cagnolino inizia a seguirci e lo battezziamo Pis II. Ci divertiamo a saltare sulle balle di fieno, noncuranti delle vesciche ai piedi, ridiamo come due bambine poi, quando ci sembra che il gioco sia durato abbastanza, riprendiamo il cammino alla volta di Duronia. Sappiamo che ci verrà incontro Giovanni. Non l’abbiamo mai visto se non in foto ma, appena scorgiamo la sua figura da lontano, ci prende una strana gioia, un’agitazione simile a quella che si prova agli arrivi, quando sai che qualcuno ti sta aspettando ma non sai chi. E acceleriamo il passo senza accorgercene e spegniamo la videocamera per non sporcare quel momento. 
Incontrare qualcuno sul tratturo è emozionante: lo noti, provi a immaginarne la forma, la faccia, lo distingui e c’è l’imbarazzo di volerlo salutare ma poi aspetti, continui a camminare, sorridi. E ti fermi. Questo è il ritmo.


Giovanni ci accoglie insieme a sua moglie, Emanuele e Roberto. Camminiamo fino a Duronia insieme, percorriamo il tratturo come un piccolo gregge che conosce a memoria la strada. A Duronia ci raggiunge anche Padre Antonio, fratello missionario di Giovanni appena tornato dal Bangladesh e poi un’altra, un’altra e un’altra persona e i tempi si allungano, come in uno sketch sul Sud Italia. A noi non dispiace osservare questo spettacolo, ma siamo spettatori lontani. È lontano dalla “cortesia” torinese, dai due bacetti gelidi quando si lascia piazza Castello e si torna a casa, la sera. 
Le nostre guide ci conducono alla Civita, la comitiva si è allargata. La Civita è quello che rimane di un muro di cinta sopra ad una montagna con lo strapiombo tutt’intorno e - da lassù - tutto fa un po’ più paura, tutto vale un po’ meno. Passeggiamo in cresta sfidando anche le nostre, di paure. Ci raccontano com’era e dietro ai nostri occhi prendono forma ricordi altrui, come avventure di tempi lontani. Giovanni e Padre Antonio ricordano e sono solo le undici, ma sappiamo già che quello sarà il momento più bello della giornata. Questa immersione ci accompagna fin dentro al paese, nei vicoli, fino alla croce di San Tommaso, che fu monastero, rifugio dalle bombe aeree, fonte battesimale, luogo di nulla in cui trovare riparo quando si vuole solo il cielo come tetto. Giovanni ci invita a pranzo e siamo davvero tentate di accettare, ma abbiamo un patto con i tratturi, con la strada, con noi stesse. Questo nostro andare ha delle regole rigide che non ci siamo mai dette ma che vanno rispettate. Giovanni ci scorta per un tratto e come un bravo papà ci alleggerisce lo zaino di tutti i doni che abbiamo raccolto fino a qua. Forse è un modo per essere certi di rivederci, che importa. 
La salita a Civitanova cuoce le fronti, ormai sono le due e la città dorme. Entriamo in una pasticceria e ci concediamo il lusso di una fetta di torta, mentre diventiamo parte dell’immobilità del primo pomeriggio. Roberta ci riconosce e ci offre un posto dove dormire. Accettiamo con un po’ di confusione: siamo partite da una sola settimana e ci sembrano mesi. 
DovremmosalireaChiaucimaforsesiamostanchedobbiamoscriveredobbiamoandarerestareoandaredomanipioveràfermarsiungiornounosoltantomagarirestiamo. Abbiamo bisogno di una pausa.


Vito ci porta a zonzo, prima al monastero e poi per i vicoletti svuotati dagli anni. Civitanova è carina ma risuona perché è cava. E ci sentiamo anche noi un po’ così, stasera. Mangiamo svelte e, per la prima volta, dormiamo sapendo che la sveglia domani non suona alle sei.

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Tappa Otto - da Oratino a Torella del Sannio


17 agosto 2015 

Ha ragione Luisa, qui le campane hanno un suono che è già dolce nostalgia. Ci prendiamo una pausa a metà strada, sedute sugli scalini della Chiesa Madre a Castropignano, attendendo una signora dall’accento norditalico che ci ha offerto un bagno e ci ha chiesto se siamo pellegrine. In un certo senso sì, siamo pellegrine dei tratturi molisani, combattiamo con i nostri passi l’idea che ormai non si possano più percorrere, li inseguiamo, li cerchiamo, li riesumiamo. Stamattina abbiamo seguito per un poco le indicazioni di uno degli anziani seduti fuori dal bar in piazza a Oratino; poi, tra bosco e asfalto, abbiamo scelto il bosco. Non possiamo dire di esserci perse, diciamo che ci siamo inventate una scorciatoia, con un po’ di timore, quello sì, ma con la fiducia nello “spirito del tratturo”, che anche se non c’è, esiste. Abbiamo ceduto all’asfalto solo per attraversare il Biferno e, sebbene fossimo partite sole, l’abbiamo fatto con otto piedi. Poco oltre il bosco, infatti, un cane nero ha iniziato a seguirci. A scortarci. Pis (Peace, Piece) è rimasto con noi fino alle porte di Castropignano, abbiamo camminato insieme, abbiamo fatto branco. Oggi incontriamo il primo cartello, verde stinto, che indica il tratturo, ora asfaltato: in questa transumanza molisana siamo ancora più vacche moderne, con il cane che ci raduna. 
La salita per Castropignano è davvero ardua, specie dopo una lunga discesa accidentata, con gli zaini pesanti, le vesciche ai piedi e l’idea di tagliare le curve percorrendo una strada interna ripidissima. Il paese, però, è davvero delizioso.


Mentre siamo sedute compare Pasquale che ci conosce anche meglio di noi. Spezza il silenzio del paese con il rumore della sua moto. Gli chiediamo venti minuti di pace e lui capisce, ce li concede, ripresentandosi puntuale all’appuntamento. Ci porta a conoscere il paese che sembra completamente addormentato, svuotato. Un senso di abbandono forte, come se l’avessero lasciato lì un attimo, dicendo “torno fra poco” e qualcuno l’avesse poi dimenticato. Pasquale ha le chiavi di mezzo paese e sembrava non aspettare altro che il nostro arrivo. Ci invita a bere un bicchiere di vino e ad assaggiare il caciocavallo in una casetta deliziosa dalla cui terrazza vediamo tutta la strada percorsa stamattina. È un posto dove ci piacerebbe stare, ma ripartiamo affrontando una salita d’asfalto cocente. Il panorama toglie il fiato. 
Dopo due curve, due macchine si fermano contemporaneamente: sanno che abbiamo sbagliato strada. Loro sì. Noi no. In una di queste c’è Gianni, che per prima cosa si premura di mettere in salvo il vestito della festa dal nostro arrivo, zozzo e impetuoso. Torniamo sui nostri passi e ci conduce a casa di Carmen e Mario. Lui non è ancora tornato, ma in casa c’è il piccolo Pietro, che parla poco e osserva molto. Abbiamo subito l’impressione di avere davanti una donna di quelle con la D grande, concreta, pragmatica, forte e indipendente. Ci porta a vedere formaggi, pecore, ci insegna a riconoscere il gheppio, che dall’alto osserva le galline aspettando il momento giusto. Finalmente arriva Mario, con lui due WWOOFers, che dalla laboriosa Lombardia cercano un’alternativa proprio qui. Buffa la vita. Siamo otto in tavola, ma il cibo non manca, così come il concerto finale. Ci accorgiamo che stiamo vivendo qualcosa di artificioso, sebbene il posto e il momento richiedano a gran voce genuinità, a noi sembra tutto un po’ sopra le righe. Forse per la stanchezza di essere a lavoro dall’alba o per il desiderio di condensare in pochi istanti tradizioni fatte di gesti quotidiani, o forse ancora con sincero entusiasmo per la nostra presenza.


A Torella ci sistemiamo nel palazzo ducale, il suo proprietario l’ha lasciato per una sera alle due vagabonde incoscienti. C’è qualcosa di triste e perfetto in questo luogo d’incanto, come i presepi chiusi nel cellophane ad aspettare il Natale seguente. Gianni ci accompagna anche durante la visita a quel che resta dell’antico splendore dei Ciamarra, la famiglia che dall’alto del suo castello splendeva su Torella. L’edificio è antico ma pieno di oggetti, vestiti, etichette di inizio anni ‘90. Ci sentiamo un po’ a disagio nel passeggiare luoghi altrui, ma è un voyeurismo senza peccato, come quello che piace ai nobili. Poi ci perdiamo per le strade di Torella, per le sue pietre fredde che, di anno in anno, cadono e non significano più niente, soprattutto per chi le ha vissute e su quelle pietre ha bevuto la prima birra, ha nascosto le sigarette, ha dato il primo bacio. Il sorriso dolce di Gianni appassisce mentre guarda cosa rimane del paese vecchio che lui continua ad amare incondizionatamente con la fiducia di un santo. La pietra è fatta per restare, non per fuggire. E nonostante in lui ci sia una tensione, una passione verso i migranti, ancora lui resta, uomo pietra, a sostenere Torella. E il Molise. Pur avendo poco più di trent’anni è una delle memorie di questo paese ed è anche grazie a lui che a Torella è stato innalzato il monumento per le vittime di Monongah, dove una signora si reca ogni giorno a ricordare il proprio padre. 
Un altro pezzo di storia lo impariamo dalle signorine, sorelle, insegnanti, donne di cultura innamorate del loro paese. In meno di mezz’ora sono in grado di costruire lucidamente una linea rossa che descrive e sintetizza a noi, straniere inconsapevoli, tutti i perché di questo Molise contraddittorio e agro. Con l’attenzione e il lucido distacco di chi lo guarda dopo anni di lontananza, con il fervore viscerale di chi non se ne andrebbe mai. È un incontro breve ma essenziale per costruire la cornice del puzzle. Ne usciamo soddisfatte e senza troppe parole ci facciamo condurre dal nostro Cicerone mai stanco. Non importa dove, Gianni ha la sicurezza che imprime fiducia. E così ci ritroviamo al colle dell’Orso, sopra Frosolone, a respirare aria buona, la stessa delle mucche al pascolo, ad assaggiare caciocavalli, a forgiare coltelli, ad accorgerci che di mesi in Molise non ne basterebbero nemmeno due. Torniamo “a casa” e non ci accorgiamo nemmeno che Gianni ci ha preparato anche la cena, solo prodotti molisani DOC. Come lui.

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Tappa Sette - da Campobasso a Oratino

16 agosto 2015 

Francesca e Leo ci vengono a prendere puntuali e ci portano a far colazione in quello che per noi resterà il bar più buono di Campobasso. Stiamo insieme poco tempo, ma già basta per entrare in profondità nelle loro vite. Abbiamo la sensazione di essere privilegiate, le persone che incontriamo si raccontano a cuore aperto, chissà perché. Forse perché il nostro è “un mestiere di vento” e si ha la sensazione che le parole volino via insieme ai passi. 
Inizia a piovere mentre attendiamo le nostre compagne di viaggio. Oggi saremo in sei. Dodici piedi. Tutte donne. Riempiamo questo vecchio tratturo asfaltato di voci squillanti. E la strada è tornata strada: un mezzo per collegare un posto ad un altro, una persona all’altra; ci dimentichiamo di celebrarla perché abbiamo altro da fare, oggi. 

Oratino è uno di quei pacchi regalo che ti dispiace scartare: la prima cosa che facciamo, infatti, è fermarci al belvedere per guardare fuori. Belvedere è una parola che non ci piace e che soprattutto oggi non rende giustizia a questo spettacolo di nubi e colline: lo ribattezziamo mirargiocondo. Salutiamo due delle ragazze e, dopo un caffè, anche le altre compagne di viaggio. Ci ripariamo dalla pioggia sotto un arco fino a quando non compare Alessio, che ci invita a unirci al pranzo della Pro Loco. Quindici persone, un brindisi e l’assaggio della tazza: da altre parti si chiama scattone, ma resta sempre una tazza in cui annegare, con vino e acqua di cottura, una piccola porzione di pasta. Tipico aperitivo molisano. Dopo pranzo siamo invitate a una visita guidata del borgo che inizia proprio dal nostro mirargiocondo. Anche Oratino fa dei miti del proprio passato il suo punto di forza: nomi sconosciuti ai più, che non troveremo mai sui libri di storia, ma che sono motore e fonte di ispirazione per chi li abita e si impegna per rendere questo luogo IL più bello. Se Oratino è uno dei borghi più belli d’Italia è perché i suoi abitanti hanno voluto che lo fosse. 


Nella struttura in cui dormiremo stanotte c’è anche un ragazzo, che ancor prima di conoscerci ci invita a seguirlo in un’altra stanza: si chiama Luigi, è un fotografo e ci chiede un parere sul suo lavoro. Domani esporrà alcuni degli scatti che ha realizzato in queste ultime due settimane e ci guarda con umiltà e tensione mentre osserviamo in anteprima le sue opere. Sorprende la sua mancanza di presunzione e continuiamo a restare stupite dall’essere considerate, qui, come un occhio esterno necessario per valorizzare la quotidianità.

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Tappa Sei - da San Giuliano del Sannio a Campobasso


15 agosto 2015 

Mentre prepariamo lente i nostri zaini, osserviamo con la luce dellalba gli angoli di questa casa che ha raccolto dentro di sé le storie di tante vite. Rosaria e Francesco ci hanno lasciato yogurt, fette biscottate, marmellata, caffè e una grossa fetta di caprese, torta al cioccolato su cui si concentra la nostra venerazione. Attraversiamo la pineta con il cuore e listinto che ci chiedono di restare, di fermarci ancora un po, ma c’è gente che ci aspetta al paese. C’è la strada che ci chiama. Tutta la famiglia è già al lavoro per accogliere i prossimi ospiti, ma ognuno trova un momento per salutarci e rendere la partenza ancora più difficile. A San Giuliano, Peppino e Salvatore ci attendono, pronti per partire, mentre Luigia -­ moglie di Salvatore -­ ci dona due sacchetti di tarallini appena fatti, ci saluta e se ne va. 

Ci incamminiamo insieme, noi ragazze immerse nel silenzio, gli uomini iniziano discorsi quotidiani su conoscenze comuni. Passo dopo passo le parole si spostano sulla strada, sulla necessità di salvaguardare, comunicare e conservare la bellezza di questi sentieri. Le piante e i fiori diventano ricordi, così come i sapori perduti della mela limoncella o gli aneddoti storici: sul tratturo crescono i noci perché i pastori mangiavano frutta secca, ricca di energia per la transumanza. Ragioniamo a quattro voci sulla natura umana, ci fermiamo più spesso rispetto a quando camminiamo sole però, grazie alla guida di Peppino, scavalchiamo un muretto e ci arrampichiamo su una collina, inventando il sentiero tra i campi e nel bosco ripido, sostenuti dalle ginestre e dai piedi pesanti che compattano il terreno. Dopo una salita tra gli arbusti, allimprovviso sbuchiamo in una radura affollata, organizzano tavoli e barbecue a fianco alla chiesa di Santa Maria a Monteverde. Ci accorgiamo solo ora che per il mondo è Ferragosto ed è strano passare così in fretta dal rumore del proprio respiro al vociare festaiolo. Riconosciamo una ragazza incontrata il giorno prima da Rosaria e Francesco e quasi non ci escono parole, solo sorrisi straniti. Le coincidenze non sono finite. Ieri Francesco ci ha lasciato il numero di Alessandro, esperto di sentieri molisani e, proprio mentre stiamo per ripartire, Peppino lo saluta. Raccogliamo così qualche suggerimento e proseguiamo sul tratturello, un mosaico di sassi bianchi in mezzo allerba e alle conifere. Molti bivi, i nostri compagni di viaggio controllano col GPS, noi siamo ormai abituate a perderci leggere su tutte le strade, giuste o sbagliate che siano. Sono meno di sette chilometri, ma anche Peppino e Salvatore si rendono conto che, camminandoli, sembrano molti di più. Ci accompagnano ancora un po, fino a quando le nostre strade si dividono:  loro prenderanno lasfalto, noi seguiremo il sentiero. Salvatore chiama la moglie perché li venga a prendere: Come, hai le cose nel forno?. Dovranno aspettare i tempi di cottura. Li salutiamo a modo nostro: ogni mattina, quando iniziamo a camminare, prendiamo alcuni sassi dal tratturo. Un poper muovere le cose, un poperché sappiamo che incontreremo delle persone che alleggeriranno i nostri passi. Regalandolo, questo peso si trasforma in un simbolo di gratitudine e noi ci alleggeriamo davvero. Peppino e Salvatore sono spiazzati, imbarazzati ma ci ringraziano di cuore. I molisani sono concreti, sono arcaici. Non ci verrebbe mai un gesto di questa poesia. Noi siamo più per un abbraccio o per offrire da bere o da mangiare. Grazie


Ci godiamo la frescura del bosco e ripensiamo ai discorsi appena terminati, al Molise che non c’è, fino a quando, dal fondo di questa natura, arriva una musica latino­americana a tutto volume. Che succede? Non importa, balliamo anche con gli zaini una mazurka che parte subito dopo. È tardi, abbiamo una discesa e una lunga risalita prima di arrivare a destinazione. È il momento giusto per giocarci la carta della leggerezza. Ridiamo insieme, questa è una grande fonte di energia, quando le riserve stanno per finire. Presto arriviamo alla fonte delle canzoni esilaranti che riempiono questa terra di silenzi: un agriturismo in piena festa, ai piedi di una salita tortuosa e ripidissima, di cui non vediamo la fine neppure dopo unora di cammino sotto al sole cocente.
Arrivate in cima, ci inseguono nubi cariche di lampi e pioggia. Le scansiamo fino alle porte di Campobasso. A un incrocio seguiamo una strada per intuito. C’è un podi gente nel cortile di una casa, chiediamo informazioni e ci ritroviamo invitate al pranzo di Ferragosto di nonna Jolanda, figli, nipoti, colleghi di lavoro. Parrucchieri, per la precisione. E noi che ogni giorno ci lamentiamo dei nostri tagli comodi ma ingestibili, un poci vergogniamo. Ma solo allinizio, poi è come stare in una grande famiglia. Ci vuole poco per volersi bene, ancora meno per amare nonna Jolanda, che ci prende in disparte e ci confessa di avere sentito una vocina che le diceva di invitarci a restare: A volte si sentono le vocine nella testa, succede anche a voi, vero? Solo che alcune sono buone, altre sono cattive. Ma credo che questa fosse buona. Mangiamo, suoniamo e cantiamo insieme, ridiamo tanto e quando ci salutiamo non c’è sasso che tenga. Il nostro cuore è pieno come le pance e gli zaini - due pacchi di taralli, bottiglie di the, limmancabile birra Forst (sponsor del Molise), Gippa! Cuore dacciaio nella testa, un libro con i proverbi campobassani/varesotti e la loro traduzione che ci regalerà risate convulse, la speranza di rivederci presto -. Siamo tanto diversi nei modi di pensare e di fare, ma è stata proprio questa diversità a dare valore al nostro incontro. Noi ringraziamo tutti, ma sono loro - Antonio in particolare -­ entusiasti della nostra presenza improvvisata. I saluti si prolungano e si fanno più difficili ma questi ragazzi sanno come sdrammatizzare. Arrivano Francesca e Leo, stanotte dormiremo da loro. Ci lasciano le chiavi e tornano in campagna con la famiglia. La casa è a nostra completa disposizione: chi lo farebbe a Torino?


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