Tappa Otto - da Oratino a Torella del Sannio


17 agosto 2015 

Ha ragione Luisa, qui le campane hanno un suono che è già dolce nostalgia. Ci prendiamo una pausa a metà strada, sedute sugli scalini della Chiesa Madre a Castropignano, attendendo una signora dall’accento norditalico che ci ha offerto un bagno e ci ha chiesto se siamo pellegrine. In un certo senso sì, siamo pellegrine dei tratturi molisani, combattiamo con i nostri passi l’idea che ormai non si possano più percorrere, li inseguiamo, li cerchiamo, li riesumiamo. Stamattina abbiamo seguito per un poco le indicazioni di uno degli anziani seduti fuori dal bar in piazza a Oratino; poi, tra bosco e asfalto, abbiamo scelto il bosco. Non possiamo dire di esserci perse, diciamo che ci siamo inventate una scorciatoia, con un po’ di timore, quello sì, ma con la fiducia nello “spirito del tratturo”, che anche se non c’è, esiste. Abbiamo ceduto all’asfalto solo per attraversare il Biferno e, sebbene fossimo partite sole, l’abbiamo fatto con otto piedi. Poco oltre il bosco, infatti, un cane nero ha iniziato a seguirci. A scortarci. Pis (Peace, Piece) è rimasto con noi fino alle porte di Castropignano, abbiamo camminato insieme, abbiamo fatto branco. Oggi incontriamo il primo cartello, verde stinto, che indica il tratturo, ora asfaltato: in questa transumanza molisana siamo ancora più vacche moderne, con il cane che ci raduna. 
La salita per Castropignano è davvero ardua, specie dopo una lunga discesa accidentata, con gli zaini pesanti, le vesciche ai piedi e l’idea di tagliare le curve percorrendo una strada interna ripidissima. Il paese, però, è davvero delizioso.


Mentre siamo sedute compare Pasquale che ci conosce anche meglio di noi. Spezza il silenzio del paese con il rumore della sua moto. Gli chiediamo venti minuti di pace e lui capisce, ce li concede, ripresentandosi puntuale all’appuntamento. Ci porta a conoscere il paese che sembra completamente addormentato, svuotato. Un senso di abbandono forte, come se l’avessero lasciato lì un attimo, dicendo “torno fra poco” e qualcuno l’avesse poi dimenticato. Pasquale ha le chiavi di mezzo paese e sembrava non aspettare altro che il nostro arrivo. Ci invita a bere un bicchiere di vino e ad assaggiare il caciocavallo in una casetta deliziosa dalla cui terrazza vediamo tutta la strada percorsa stamattina. È un posto dove ci piacerebbe stare, ma ripartiamo affrontando una salita d’asfalto cocente. Il panorama toglie il fiato. 
Dopo due curve, due macchine si fermano contemporaneamente: sanno che abbiamo sbagliato strada. Loro sì. Noi no. In una di queste c’è Gianni, che per prima cosa si premura di mettere in salvo il vestito della festa dal nostro arrivo, zozzo e impetuoso. Torniamo sui nostri passi e ci conduce a casa di Carmen e Mario. Lui non è ancora tornato, ma in casa c’è il piccolo Pietro, che parla poco e osserva molto. Abbiamo subito l’impressione di avere davanti una donna di quelle con la D grande, concreta, pragmatica, forte e indipendente. Ci porta a vedere formaggi, pecore, ci insegna a riconoscere il gheppio, che dall’alto osserva le galline aspettando il momento giusto. Finalmente arriva Mario, con lui due WWOOFers, che dalla laboriosa Lombardia cercano un’alternativa proprio qui. Buffa la vita. Siamo otto in tavola, ma il cibo non manca, così come il concerto finale. Ci accorgiamo che stiamo vivendo qualcosa di artificioso, sebbene il posto e il momento richiedano a gran voce genuinità, a noi sembra tutto un po’ sopra le righe. Forse per la stanchezza di essere a lavoro dall’alba o per il desiderio di condensare in pochi istanti tradizioni fatte di gesti quotidiani, o forse ancora con sincero entusiasmo per la nostra presenza.


A Torella ci sistemiamo nel palazzo ducale, il suo proprietario l’ha lasciato per una sera alle due vagabonde incoscienti. C’è qualcosa di triste e perfetto in questo luogo d’incanto, come i presepi chiusi nel cellophane ad aspettare il Natale seguente. Gianni ci accompagna anche durante la visita a quel che resta dell’antico splendore dei Ciamarra, la famiglia che dall’alto del suo castello splendeva su Torella. L’edificio è antico ma pieno di oggetti, vestiti, etichette di inizio anni ‘90. Ci sentiamo un po’ a disagio nel passeggiare luoghi altrui, ma è un voyeurismo senza peccato, come quello che piace ai nobili. Poi ci perdiamo per le strade di Torella, per le sue pietre fredde che, di anno in anno, cadono e non significano più niente, soprattutto per chi le ha vissute e su quelle pietre ha bevuto la prima birra, ha nascosto le sigarette, ha dato il primo bacio. Il sorriso dolce di Gianni appassisce mentre guarda cosa rimane del paese vecchio che lui continua ad amare incondizionatamente con la fiducia di un santo. La pietra è fatta per restare, non per fuggire. E nonostante in lui ci sia una tensione, una passione verso i migranti, ancora lui resta, uomo pietra, a sostenere Torella. E il Molise. Pur avendo poco più di trent’anni è una delle memorie di questo paese ed è anche grazie a lui che a Torella è stato innalzato il monumento per le vittime di Monongah, dove una signora si reca ogni giorno a ricordare il proprio padre. 
Un altro pezzo di storia lo impariamo dalle signorine, sorelle, insegnanti, donne di cultura innamorate del loro paese. In meno di mezz’ora sono in grado di costruire lucidamente una linea rossa che descrive e sintetizza a noi, straniere inconsapevoli, tutti i perché di questo Molise contraddittorio e agro. Con l’attenzione e il lucido distacco di chi lo guarda dopo anni di lontananza, con il fervore viscerale di chi non se ne andrebbe mai. È un incontro breve ma essenziale per costruire la cornice del puzzle. Ne usciamo soddisfatte e senza troppe parole ci facciamo condurre dal nostro Cicerone mai stanco. Non importa dove, Gianni ha la sicurezza che imprime fiducia. E così ci ritroviamo al colle dell’Orso, sopra Frosolone, a respirare aria buona, la stessa delle mucche al pascolo, ad assaggiare caciocavalli, a forgiare coltelli, ad accorgerci che di mesi in Molise non ne basterebbero nemmeno due. Torniamo “a casa” e non ci accorgiamo nemmeno che Gianni ci ha preparato anche la cena, solo prodotti molisani DOC. Come lui.

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Tappa Sette - da Campobasso a Oratino

16 agosto 2015 

Francesca e Leo ci vengono a prendere puntuali e ci portano a far colazione in quello che per noi resterà il bar più buono di Campobasso. Stiamo insieme poco tempo, ma già basta per entrare in profondità nelle loro vite. Abbiamo la sensazione di essere privilegiate, le persone che incontriamo si raccontano a cuore aperto, chissà perché. Forse perché il nostro è “un mestiere di vento” e si ha la sensazione che le parole volino via insieme ai passi. 
Inizia a piovere mentre attendiamo le nostre compagne di viaggio. Oggi saremo in sei. Dodici piedi. Tutte donne. Riempiamo questo vecchio tratturo asfaltato di voci squillanti. E la strada è tornata strada: un mezzo per collegare un posto ad un altro, una persona all’altra; ci dimentichiamo di celebrarla perché abbiamo altro da fare, oggi. 

Oratino è uno di quei pacchi regalo che ti dispiace scartare: la prima cosa che facciamo, infatti, è fermarci al belvedere per guardare fuori. Belvedere è una parola che non ci piace e che soprattutto oggi non rende giustizia a questo spettacolo di nubi e colline: lo ribattezziamo mirargiocondo. Salutiamo due delle ragazze e, dopo un caffè, anche le altre compagne di viaggio. Ci ripariamo dalla pioggia sotto un arco fino a quando non compare Alessio, che ci invita a unirci al pranzo della Pro Loco. Quindici persone, un brindisi e l’assaggio della tazza: da altre parti si chiama scattone, ma resta sempre una tazza in cui annegare, con vino e acqua di cottura, una piccola porzione di pasta. Tipico aperitivo molisano. Dopo pranzo siamo invitate a una visita guidata del borgo che inizia proprio dal nostro mirargiocondo. Anche Oratino fa dei miti del proprio passato il suo punto di forza: nomi sconosciuti ai più, che non troveremo mai sui libri di storia, ma che sono motore e fonte di ispirazione per chi li abita e si impegna per rendere questo luogo IL più bello. Se Oratino è uno dei borghi più belli d’Italia è perché i suoi abitanti hanno voluto che lo fosse. 


Nella struttura in cui dormiremo stanotte c’è anche un ragazzo, che ancor prima di conoscerci ci invita a seguirlo in un’altra stanza: si chiama Luigi, è un fotografo e ci chiede un parere sul suo lavoro. Domani esporrà alcuni degli scatti che ha realizzato in queste ultime due settimane e ci guarda con umiltà e tensione mentre osserviamo in anteprima le sue opere. Sorprende la sua mancanza di presunzione e continuiamo a restare stupite dall’essere considerate, qui, come un occhio esterno necessario per valorizzare la quotidianità.

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Tappa Sei - da San Giuliano del Sannio a Campobasso


15 agosto 2015 

Mentre prepariamo lente i nostri zaini, osserviamo con la luce dellalba gli angoli di questa casa che ha raccolto dentro di sé le storie di tante vite. Rosaria e Francesco ci hanno lasciato yogurt, fette biscottate, marmellata, caffè e una grossa fetta di caprese, torta al cioccolato su cui si concentra la nostra venerazione. Attraversiamo la pineta con il cuore e listinto che ci chiedono di restare, di fermarci ancora un po, ma c’è gente che ci aspetta al paese. C’è la strada che ci chiama. Tutta la famiglia è già al lavoro per accogliere i prossimi ospiti, ma ognuno trova un momento per salutarci e rendere la partenza ancora più difficile. A San Giuliano, Peppino e Salvatore ci attendono, pronti per partire, mentre Luigia -­ moglie di Salvatore -­ ci dona due sacchetti di tarallini appena fatti, ci saluta e se ne va. 

Ci incamminiamo insieme, noi ragazze immerse nel silenzio, gli uomini iniziano discorsi quotidiani su conoscenze comuni. Passo dopo passo le parole si spostano sulla strada, sulla necessità di salvaguardare, comunicare e conservare la bellezza di questi sentieri. Le piante e i fiori diventano ricordi, così come i sapori perduti della mela limoncella o gli aneddoti storici: sul tratturo crescono i noci perché i pastori mangiavano frutta secca, ricca di energia per la transumanza. Ragioniamo a quattro voci sulla natura umana, ci fermiamo più spesso rispetto a quando camminiamo sole però, grazie alla guida di Peppino, scavalchiamo un muretto e ci arrampichiamo su una collina, inventando il sentiero tra i campi e nel bosco ripido, sostenuti dalle ginestre e dai piedi pesanti che compattano il terreno. Dopo una salita tra gli arbusti, allimprovviso sbuchiamo in una radura affollata, organizzano tavoli e barbecue a fianco alla chiesa di Santa Maria a Monteverde. Ci accorgiamo solo ora che per il mondo è Ferragosto ed è strano passare così in fretta dal rumore del proprio respiro al vociare festaiolo. Riconosciamo una ragazza incontrata il giorno prima da Rosaria e Francesco e quasi non ci escono parole, solo sorrisi straniti. Le coincidenze non sono finite. Ieri Francesco ci ha lasciato il numero di Alessandro, esperto di sentieri molisani e, proprio mentre stiamo per ripartire, Peppino lo saluta. Raccogliamo così qualche suggerimento e proseguiamo sul tratturello, un mosaico di sassi bianchi in mezzo allerba e alle conifere. Molti bivi, i nostri compagni di viaggio controllano col GPS, noi siamo ormai abituate a perderci leggere su tutte le strade, giuste o sbagliate che siano. Sono meno di sette chilometri, ma anche Peppino e Salvatore si rendono conto che, camminandoli, sembrano molti di più. Ci accompagnano ancora un po, fino a quando le nostre strade si dividono:  loro prenderanno lasfalto, noi seguiremo il sentiero. Salvatore chiama la moglie perché li venga a prendere: Come, hai le cose nel forno?. Dovranno aspettare i tempi di cottura. Li salutiamo a modo nostro: ogni mattina, quando iniziamo a camminare, prendiamo alcuni sassi dal tratturo. Un poper muovere le cose, un poperché sappiamo che incontreremo delle persone che alleggeriranno i nostri passi. Regalandolo, questo peso si trasforma in un simbolo di gratitudine e noi ci alleggeriamo davvero. Peppino e Salvatore sono spiazzati, imbarazzati ma ci ringraziano di cuore. I molisani sono concreti, sono arcaici. Non ci verrebbe mai un gesto di questa poesia. Noi siamo più per un abbraccio o per offrire da bere o da mangiare. Grazie


Ci godiamo la frescura del bosco e ripensiamo ai discorsi appena terminati, al Molise che non c’è, fino a quando, dal fondo di questa natura, arriva una musica latino­americana a tutto volume. Che succede? Non importa, balliamo anche con gli zaini una mazurka che parte subito dopo. È tardi, abbiamo una discesa e una lunga risalita prima di arrivare a destinazione. È il momento giusto per giocarci la carta della leggerezza. Ridiamo insieme, questa è una grande fonte di energia, quando le riserve stanno per finire. Presto arriviamo alla fonte delle canzoni esilaranti che riempiono questa terra di silenzi: un agriturismo in piena festa, ai piedi di una salita tortuosa e ripidissima, di cui non vediamo la fine neppure dopo unora di cammino sotto al sole cocente.
Arrivate in cima, ci inseguono nubi cariche di lampi e pioggia. Le scansiamo fino alle porte di Campobasso. A un incrocio seguiamo una strada per intuito. C’è un podi gente nel cortile di una casa, chiediamo informazioni e ci ritroviamo invitate al pranzo di Ferragosto di nonna Jolanda, figli, nipoti, colleghi di lavoro. Parrucchieri, per la precisione. E noi che ogni giorno ci lamentiamo dei nostri tagli comodi ma ingestibili, un poci vergogniamo. Ma solo allinizio, poi è come stare in una grande famiglia. Ci vuole poco per volersi bene, ancora meno per amare nonna Jolanda, che ci prende in disparte e ci confessa di avere sentito una vocina che le diceva di invitarci a restare: A volte si sentono le vocine nella testa, succede anche a voi, vero? Solo che alcune sono buone, altre sono cattive. Ma credo che questa fosse buona. Mangiamo, suoniamo e cantiamo insieme, ridiamo tanto e quando ci salutiamo non c’è sasso che tenga. Il nostro cuore è pieno come le pance e gli zaini - due pacchi di taralli, bottiglie di the, limmancabile birra Forst (sponsor del Molise), Gippa! Cuore dacciaio nella testa, un libro con i proverbi campobassani/varesotti e la loro traduzione che ci regalerà risate convulse, la speranza di rivederci presto -. Siamo tanto diversi nei modi di pensare e di fare, ma è stata proprio questa diversità a dare valore al nostro incontro. Noi ringraziamo tutti, ma sono loro - Antonio in particolare -­ entusiasti della nostra presenza improvvisata. I saluti si prolungano e si fanno più difficili ma questi ragazzi sanno come sdrammatizzare. Arrivano Francesca e Leo, stanotte dormiremo da loro. Ci lasciano le chiavi e tornano in campagna con la famiglia. La casa è a nostra completa disposizione: chi lo farebbe a Torino?


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Tappa Cinque - da Sepino a San Giuliano del Sannio


14 agosto 2015 

Sepino è un paese che va visto mentre si sveglia, così pulito e ingarbugliato. Salutiamo la piazza, i vicoli e scendiamo verso Altilia, ancora più immobile alle otto del mattino. Passeggiamo tra le rovine come se fosse casa nostra, ce le siamo conquistate. Alle nove abbiamo appuntamento con Giuseppe "Peppino", che ci guiderà fino a San Giuliano. Ha una bella faccia sannita, con la barba folta. 

Il primo pezzo è ancora tratturo, poi prendiamo il sentiero 501, da lui stesso pulito, segnato, curato. Subito la strada si riempie: Peppino ha un fuoco dentro, una passione sfrenata per questa terra e non per Napoli, dov'è nato. Un amore così forte che è disposto all'odio quando incontra l'uomo nel suo trascurare e aspettare che le cose cambino da sé. Il Sannita è ordinato, si prende cura della propria terra, la rispetta anche se quella stessa terra lo mette a dura prova con la sua indomabile asprezza. Ci racconta dei lupi, degli alberi secolari che ci guardano e trattengono la storia, ci parla della Storia di questa regione e dei suoi abitanti. Peppino osserva, assentandosi, gli uomini: non ce lo dice, ma ce ne accorgiamo dal modo in cui si guarda attorno. Questo camminare insieme diventa anche un pretesto per ragionare su un Molise che non c'è, nascosto nei tratturi e nelle abitudini quotidiane, schiette, della gente di paese, contrapposto al Molise che c'è, quello istituzionale, burocratico, distante dalla vita reale delle persone che lo abitano.


Alle porte di San Giuliano il Molise che c'è ha rimesso a nuovo un'antica fonte, alla quale ci rinfreschiamo prima di affrontare l'ultima salita, la più ripida. Quarantacinque gradi quasi d'un fiato, poi le prime case: due signore salutano con un accento francofono la nostra guida, che per loro non è altro che "il marito di". Il Molise che non c'è. Veniamo accolte in piazza a suon di organetto: le inconfondibili note di Piemontesina bella non ci fanno certo sentire a casa. Siamo grate e imbarazzate da questa accoglienza: una visita a San Nicola nella chiesa del paese e quando usciamo alcune signore hanno improvvisato un rinfresco per noi. Aranciata e pezzi di torta salata su un piatto di plastica. Le signore si accorgono che il tavolino è un po' ammaccato e il loro imbarazzo, quello sì, ci fa sentire a casa. 

La visita al municipio e ai pezzi di storia che lo reggono ci fanno pensare al Molise che c'è. Mentre ci allontaniamo dal paese ci domandiamo se anche noi abbiamo una dedizione così risoluta per qualcosa allo stesso tempo insignificante per il mondo e fondamentale per le proprie origini. E quanto questo sia necessario per comprendere a fondo la nostra identità. Forse i Sanniti ci sembrano così integri proprio perché dei dettagli della storia hanno fatto tesoro, li rispettano, li stimano.


Siamo ospiti di Francesco e Rosaria, una piccola oasi di pace tutta bosco e cavalli alle porte del paese. Qualche anno fa hanno deciso di seguire un sogno che ancora non conoscevano, forse il sogno di qualcun altro. Oggi quel sogno è anche il loro, lo vediamo anzi no. Lo percepiamo da quelle piccole attenzioni, sguardi, parole dette piano che sono difficili da descrivere ma che hanno reso questa giornata una ricetta da non dire, della quale possiamo enumerare gli ingredienti ma sapendo che il segreto sta nella preparazione, nel soppesare le dosi esatte, nellaspettare il tempo giusto, il silenzio, lattimo. 
una casetta nel bosco e un intreccio di ricordi
un pranzo indimenticabile
la miglior Tintilia
un amore così profondo da brillare in superficie 
la tranquillità del riposo 
i nostri trainer
prendersi cura dei cavalli, prima e dopo
lamaca
una festa di famiglia
le stelle
le cover country
le parole accorte e spigolose di Francesco 
parlare come amici
i preparativi di Ferragosto (senza ansia)
Mao (non il dittatore, il cane)
lombra dei pini
lincontro con uno dei nostri angeli custodi, Mauro 
le indicazioni di Mauro che dimentichiamo subito

Oggi essere grate è poco.

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Tappa Quattro - da Bojano a Sepino


13 agosto 2015 


Cos'è la cosmologia? 

Alessia è tornata a casa che noi già dormivamo, ma quando sente la nostra sveglia si alza per prepararci la colazione. Noi facciamo lo zaino lente, la comodità rende tutto più rilassato, come l'acqua calda. Quando arriviamo in cucina, ci sediamo con la meraviglia di quando ci si innamora: caffè, muffin caldi, biscotti ripieni, succo di ananas e cocco. L'alba immerge la cucina in una luce arancione: casa. 

È un saluto difficile e doloroso, ma non ce lo diciamo. Usciamo che Gina ancora dorme, ci dispiace ma la strada urla con il sole che brucia già un po', dobbiamo andare.
- Raga?!
Gina si affaccia al balcone con le lacrime agli occhi per augurarci buon viaggio e regalarci un ultimo sguardo pieno d'amore. 

La cosmologia è la scienza che studia il cosmo, l'universo. 

Il tratturo da Bojano a Saepinum inizia alle sorgenti del Biferno, inizia dell'asfalto. Guadiamo un torrente, giochiamo con enormi tubi in un paesaggio lunare, affrontiamo cani randagi, riempiamo l'aria di canzoni per allontanare le vipere. Poi ci ricordiamo che non hanno orecchie e iniziamo a pestare i piedi. 

Anno luce: per definire una distanza usiamo un tempo. 

Almeno un'ora al giorno ci perdiamo, ormai lo sappiamo. Torniamo sui nostri passi, cerchiamo un'altra strada. Mauro -­ il nostro angelo custode -­ dice che abbiamo un buon ritmo e queste parole ci danno l'energia per andare avanti. 

Anche le galassie hanno dei satelliti: altre galassie. 

Sul tratturo larghissimo a Campo di volo c'è una mandria di mucche. Un toro le monta e l'inquietante pastore non risponde al nostro saluto. Noi gli passiamo di fianco, vacche moderne in transumanza.


13,7 miliardi di anni fa, nuclei di idrogeno, elettroni liberi e fotoni sono concentrati in uno spazio piccolissimo, denso, un plasma; sono liberi ma compressi, accaldati. 

Siamo cotte dal sole, la testa, i piedi. Quando vediamo Porta Bojano ci appare davanti l'arco di trionfo, il nostro Pantheon. Altilia è bellissima, muta e intatta. È la prima importante traccia di romanità che incontriamo in questa terra sannita che trasuda sannitità. Perpendicolari al sole, saliamo a Sepino. Dalle finestre esce odore di salsa, verdure grigliate, caciocavallo. Non c'è anima viva all'una e mezza, solo una signora che ci indica un bar aperto e ci aspetta. È algida e svizzera nei modi, ma è solo la prima impressione: poco dopo siamo nella sua taverna a mangiare insalata di pasta e un caciocavallo marmellata e menta impossibile da dimenticare. Conosce Mauro: "sei del CAI?" le chiediamo. "No, sono il sindaco". 

I fotoni urtano gli elettroni liberi, che si uniscono ai nuclei di idrogeno. 

"La sindaco" ci indica la casa di Angela, incontrata sulla strada poco prima. Saremo sue ospiti, stanotte. La stanza è arancione, col soppalco in legno dal quale iniziano presto a penzolare i nostri vestiti appena lavati.

La sera siamo invitate a un convegno sulla cosmologia, poi la vita si sposta in piazza, dove le persone ancora passeggiano e si incontrano intorno alla fontana, aspettando i cornetti caldi a mezzanotte. Sono tutti qui, nessuno in casa. 

In ogni secondo, in un'unghia del nostro corpo - circa un centimetro quadrato - passano quattrocentoundici fotoni del Big Bang, che portano con sé una sorta di diario della loro "vita" fino ad oggi.

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Tappa Tre - da Castelpetroso a Bojano


12 agosto 2015

Stamattina alle cinque gli olandesi erano già in piedi e anche Francesco si sveglia all'alba. Lo raggiungiamo nella "piazza grande". Ha gli occhi vispi ma la voce è ancora quella del sonno: ieri qualche birra e si sono fatte le quattro. Ma lui è lì ed è lì per noi.

Il tratto fino a Indiprete è breve, ma è la prima volta che camminiamo con qualcuno e dobbiamo prendere le misure. Alcuni sentieri sono fatti per andare soli, in due ci si sta comodi se si conoscono i confini, in tre occorre dare le precedenze, aspettarsi, parlare con la testa alta per farsi sentire da tutti. Scendiamo in silenzio per rispettare questa piccola marcia, perché è ancora molto presto ed è un'ora da ascoltare. Di tanto in tanto Francesco ci racconta qualcosa sulle contrade che da Castelpetroso scendono a valle e noi lo ascoltiamo con l'imbarazzo della gratitudine. Indiprete è una di queste, corre lungo il corso della sua sorgente ed è piena di fontane. Francesco ci accompagna fino al torrente, poi deve tornare in cima per recarsi a lavoro. Ci congediamo veloci, è il terzo giorno e non siamo ancora brave con i saluti. 

Percorriamo un sentiero che costeggia la statale a destra, a sinistra il rumore del torrente vuole imporsi sull'asfalto. Noi lo assecondiamo, poi però la strada vince e del sentiero perdiamo la traccia. O forse è la fame che ci guida fino a un bar sulla statale che, una volta rinate, percorriamo per un'ora. Chiediamo informazioni a un contadino che tiene in braccio una gallina ma il traffico costante si mangia le parole e di lui ci rimangono solo i gesti e un forsennato sbattere d'ali. 

Arrivate a Taverna incontriamo Paolo e Angela al birrificio. Paolo ci regala due bottiglie di Ianara: "in dialetto indica le streghe dei boschi e - non vi offendete - mi ha fatto pensare a voi". Angela ci rincorre con due mozzarelle perché non possiamo fermarci da lei. Siamo già ospiti del tratturo questa mattina, ci sta aspettando anche se si nasconde tra le case. Per un pezzo di strada veniamo accompagnate da un gruppo di bambini. Guido ha dieci anni, tiene le pecore dello zio "un giorno sì uno forse no", odia cantare a scuola, vaffanculo - dice - a me piace il rap".


Prendiamo un sentiero nel bosco ancora pieno di fango dal giorno prima e, dopo un bel pezzo, ci ritroviamo in una radura senza uscita. Perse. Questa volta per davvero. 

Calpestiamo cardi e fieno pungente percorrendo la radura in lungo e in largo, alla fine ci rassegniamo e ritorniamo sui nostri passi fino alla strada asfaltata. Fermiamo una macchina per sentirci dire che quella strada porta in realtà a Roccamandolfi, paese sicuramente stupendo ma da tutt'altra parte. L'uomo, un veterinario, si offre di accompagnarci all'ingresso del tratturo. Lui lo conosce perché d'estate dà l'antiparassitario alle greggi. Conosce anche tutte le storie dei Sanniti: ora sappiamo che Ponzio Pilato era molisano. 

Attraversiamo il greto di sassi bianchi di un fiume e non siamo più perse. Forse i tratturi sono come le onde per i surfisti: bisogna imparare a conoscerli, a intuirli, a ritrovarli. Anche quando, in campagna come in mare, affiorano i rifiuti: un divano nel bosco, una catasta di vestiti, flaconi maleodoranti, un cartello che indica pericolo di amianto. 

Ci fanno male i piedi, sogniamo di immergerli nell'acqua fresca. Però camminiamo gioiose e addirittura acceleriamo il passo quando vediamo Bojano avvicinarsi. Prendiamo una deviazione, una macchina si ferma:

"Voi siete quelle che camminano per il Molise? Potevate scegliere un altro nome... la regione che non c'è possiamo dirlo solo noi". Ci dispiace. Camminare qui è il nostro modo per cambiarne la percezione. Ci dispiace che non abbia capito, ma le siamo grate per averci indicato la strada giusta. L'altra. 

Poco dopo ci raggiunge Alessia, che per prima cosa ci porta alle fonti del Biferno, dove beviamo e ci rinfreschiamo i piedi nell'acqua gelida: il sogno diventa realtà. Alessia inizia a raccontarsi e la sua determinazione nel voler cambiare le cose va di pari passo con l'amore che prova per la sua città. Arriviamo a casa e Gina, mamma accogliente, ha già messo in tavola spaghetti allo scoglio e sta friggendo le polpette. Qui siamo a casa, Gina ce lo dice ma noi lo avvertiamo già, anche se di arancione non ce n'è. Se ne accorge anche Sam, il loro cane che si addormenta con noi.Caffè?chiede Alessia dopo aver dormito sul divano per lasciarci la sua camera. Ci accompagna a Civita Superiore, il borgo antico che sovrasta Bojano; qui ci aspetta Luisa, una dei suoi quarantacinque abitanti che ora vive a Roma e a cui manca il suono delle sue campane. Alessia e Luisa non si conoscono, noi siamo il collante di relazioni possibili, ce ne accorgiamo proprio in quel momento. Del castello di Civita non rimane quasi niente ma Luisa ce lo racconta sorridendo, nella luce di un tramonto lunghissimo che ci accompagna tra le vie del paese. Passeggiamo tra le case di pietra, scambiandoci le vite, il nostro passaggio diventa un pretesto per ragionare insieme sulla grandezza di questo mondo­paese, su come cambiarlo per farlo più bello. Delle ragazze ci colpisce l'attaccamento alla loro terra che noi non abbiamo. Si uniscono a noi Paolo e due turisti: siamo calamite e non lo sappiamo. Alessia deve andare a lavoro, sta mettendo via i soldi per stare un anno a Berna. Va per tornare. Va a cercare nuova energia per cambiare le cose a Bojano. 

La madre di Luisa ha un accento buffo, a metà tra il tedesco e il molisano. Ci offre the alla menta e torta di mele nel suo delizioso B&B alle porte di Civita. Quando arrivano gli uomini di casa, noi donne scendiamo in paese sulla mitica 112 che qui tutti conoscono come i baffi del padre. 

Le salutiamo tre o quattro volte, poi ci sediamo su una panchina a scrivere ma non troviamo le parole. Quando c'è troppo, succede. Chiacchieriamo con una coppia seduta a fianco a noi. È un dialogo surreale, è il dialogo di cui abbiamo bisogno: lei comprende ma non comunica, lui non comprende ma parla anche per lei. Li salutiamo con un po' di dispiacere e torniamo a casa. Mangiamo la mozzarella che ci ha dato Angela e beviamo la Ianara assieme a Gina, che si racconta. È una grande donna, di quelle che andavano ai concerti in autostop. Qualcosa di lei ci ipnotizza: abbiamo davanti una donna resiliente, una ianara che non si piega ma ride col cuore. Ci guardiamo e sappiamo che ripartire domani sarà molto difficile.

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Tappa Due - da Isernia a Castelpetroso

11 agosto 2015

È un inizio difficile, un film con un incipit di un'ora che però descrive un tutto. Un allevatore e sua moglie ci danno indicazioni: a quanto sembra, ci siamo già perse prima di cominciare. Il cartello dice tratturo, in realtà è una pineta. Nessun segno sulla strada, ci affidiamo alle nostre cartine, ma qui sembra funzionare solo la fiducia negli abitanti e nel tratturo stesso. Alla fine la strada si trova, il modo si trova, e camminiamo su sentieri dai profumi più diversi. E non è facile - affatto facile - descrivere senza essere didattici, scientifici. Non è facile quando non si conoscono le parole, quelle giuste. 

Ci sorprende una pioggia battente, ma noi procediamo. Un passo dopo l'altro nel fango, nel bosco, tra i rovi fitti, poi la ricompensa: il santuario di Castelpetroso si offre allo sguardo, nel suo azzurro che buca il verde e le nubi dense. Davanti alla sagrestia ci togliamo scarpe, impermeabile, zaino, ci togliamo via di dosso tutti quei discorsi che la strada riscalda, accende e fa cuocere. C'è spazio solo per il silenzio, anche fra noi due che di parole ce ne gettiamo addosso tante. 

Francesco si avvicina con le mani in tasca, ha gli occhi chiari ma non me ne accorgo subito. Sono gentili, quegli occhi. Ci offre un caffè e ci porta a Castelpetroso, paese dai mille paesini apparecchiati sulla parete rocciosa, alle spalle del santuario. Castelpetroso, quello vero, è uno di quei draghi di pietra addormentati. Francesco ce la racconta da innamorato.


C'è la casa di donna Rosa, tempio di feste per quelli mai sazi de La grande bellezza di inizio secolo; il presepe, nascosto come questa regione: tutti sanno dov'è ma servono chiavi per entrare e bisogna chiederle ai custodi, a chi appartiene a questo luogo, a chi resta; la casa dove Sergio Leone ha immaginato i suoi migliori film lasciandosi ispirare dal paesaggio. Sono tutte storie per le quali vale la pena restare. 

Conosciamo poi Jesus e Marleen, archeologi che da Leiden si arroccano qui per due mesi all'anno assieme a un gruppo di studenti ventenni, che la vita se la bevono in birra Moretti. Siamo loro ospiti e questa parentesi europea è un paio di calzini spaiati che finiscono per essere indossati insieme. Archeologia: un altro motivo per restare, sentirsi sanniti, appartenere. Non mi sento etrusca, normanna o longobarda. Non mi sento di nessun luogo e questo a volte pesa, complica le cose, o le semplifica. 

Mangiamo tutti insieme mentre un arcobaleno taglia in due il cielo.

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