Tappa Ventidue - da Ripabottoni a Campolieto


3 settembre 2015 

La stanchezza bussa sempre più forte. Lo diciamo sottovoce perché questa è anche una gara coi nostri limiti con in palio nient’altro se non una nuova, maggiore consapevolezza di noi stesse, dei nostri corpi quasi trentenni. Che non vuol dire niente ma vuol dire. Iniziamo a salire, sentiero invisibile e asfalto che dovrebbe condurre alla “stazione”. A un certo punto, un trivio di sterrati: uno sguardo e sappiamo che oggi tenteremo l’impossibile per evitare il manto stradale. Il tratturo è la nostra missione: trovarlo, seguirlo, intuirlo, inventarlo. Scopriamo da alcuni cartelli malposti di essere sul Celano-­Foggia: solo campi arati, franati, falciati. Bisogna fare attenzione a poggiare i piedi nel posto giusto per non sprofondare fino alle ginocchia nelle cicatrici di Madre Terra, rimasta ferita dal 2002 e dimenticata lì come se non fosse di nessuno. L’asfalto corre lieto a distanza di sicurezza. Sappiamo sarebbe più facile, ma ora che ci siamo non possiamo, non vogliamo tradire il tratturo. È faticoso, è difficile, a volte sembra impossibile proseguire a piedi, ma continuiamo a camminare fiduciose. È una fede religiosa ma noi qui siamo venute come San Tommaso e nelle cose ci mettiamo le mani. Anzi i piedi, fino in fondo.
La strada è appiccicosa, uno sciame di mosche sulle braccia, ragnatele sulle gambe, sole e sudore; però ci regala panorami mozzafiato, fresche aperture in cui lo sguardo può abbracciare vastità irrinunciabili, una volta sperimentate. La situazione migliora quando raggiungiamo un crinale dove imperversano ancora pale eoliche. Alcune sono ferme, altre si muovono all’impazzata quasi a voler dimostrare qualcosa che però a noi non interessa. Ce ne allontaniamo fino a perdere il sentiero. Tornare indietro? Prendere la statale? Chiedere. Le decisioni sono più difficili quando due teste sono diventate una e ­- da più di tre settimane -­ percepiscono gli stessi bisogni nello stesso momento, fanno le medesime cose, non sono più Giulia e Clara ma solo due passi che si muovono in simbiosi su di una terra nuova. Ormai usiamo il plurale, abbiamo imparato la parte a memoria. Entrambe quella di entrambe, come gli attori bravi che a teatro sanno come riempire i buchi. È un ruolo doppio, obbligato, ma che poco si addice a due collezioniste di spontaneità. Ritorniamo un poco indietro, non vogliamo la statale a meno che non sia davvero l’unica soluzione. Ritorniamo a incrociarla di nuovo e allora inventiamo passaggi tra i campi, scavalchiamo il guardrail, percorriamo per alcuni tratti la vecchia strada ormai inesistente. Franata completamente, c’era da aspettarselo. E alla fine ci arrendiamo all’asfalto in cambio delle nostre parole, mute ormai da diversi chilometri. Una macchina si ferma. Noi non lo conosciamo ma lui sì. Michele ci stava cercando per lasciarci un dono, lui che sottovoce, con qualche timidezza, ci aveva già regalato la luna, eccolo per lasciarci un altro dono, un altro cielo.


Andrea ci accoglie a Campolieto col suo sorriso buono e ci mostra la stanza dove passeremo la notte. Facciamo appena in tempo a comprare una coca e due brioches, il nostro pranzo, che gli occhi ci si chiudono. Quando ci alziamo, è Anna a farci scoprire le voci e gli intrighi del paesino, il suo, dove continua a tornare nonostante tutti i nonostante. Restiamo affascinate dal museo dei fuochi artificiali che ci racconta un angolo di storia inaspettato, gli splendori del mondo ­- anche contraddittorio -­ che apparteneva ai nostri nonni, quello che abbiamo studiato sui libri e che si allontana sempre più.


Dopo un caffè, passeggiamo per perderci, così ci imbattiamo in Franca che, sotto al porticato, sta preparando i peperoncini che passeranno l’inverno a testa in giù. Ci mostra il suo orto con orgoglio: “A noi non manca niente”. Lo pensiamo anche noi di questo Molise senza industrie, dove il Frecciarossa non si ferma e l’autostrada non è che la sola retta che passa fra due punti, Vasto Nord e Poggio Imperiale e il cibo è un’eccellenza genuina, come il paesaggio. Hai ragione Franca, non vi manca niente.

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Tappa Ventuno - da Casacalenda a Ripabottoni


2 settembre 2015 

Da oggi la sveglia suona prima, abbiamo preso troppo caldo nei giorni scorsi e ci vogliamo godere le ombre lunghe del mattino. Unico problema: niente colazione. Per fortuna abbiamo un po’ di frutta con noi. Quando imbocchiamo il sentiero indicato da Carmine, l’alba dipinge colline e paesi di un rosa caldo, che rende tutto un po’ più romantico. Un’ora dopo siamo a Provvidenti, felici di poterci fermare per onorare la nostra divinità mattutina. Incontriamo un signore che percorre i tratturi con i suoi cavalli e ci dà qualche indicazione per le prossime tappe. Mentre parliamo con lui due grossi cani curiosi vogliono simpaticamente saltarci addosso sbavando ovunque. Il signore resta impassibile, noi cerchiamo di evitarli, ringraziamo e proseguiamo. Chiediamo dove possiamo trovare un bar a una donna seduta fuori casa, i piedi sul tavolino. Immobile nel suo sorriso, risponde che non ci sono bar a Provvidenti. C’è una fontana poco più avanti, però. La lasciamo alla sua stasi mattutina e, un po’ deluse, proseguiamo. Solo asfalto: l’hanno rifatto da pochi mesi ed è già crepato in diversi punti. Ci chiediamo perché le strade non facciano altro che franare, qui. Dopo aver salutato alcune pecore interessate al nostro passaggio, dietro una collina compare d’improvviso la nostra meta, mosaico di pietra immerso nel verde.


Ripabottoni. Città bianca e rosa, come il vestito della festa, come la sposa. Un mondo in ricostruzione, a differenza degli altri paesi che dal 2002 aspettano. Le scosse grandi hanno come reazione l’immobilità totale il più delle volte, ma è strano come in natura ad azione corrisponda reazione. Siamo un po’ contente quando non ci conosce nessuno, quando possiamo solo osservare ma è difficile farci guardare e lasciare che la gente parli, fare finta di niente. Il nostro zaino ci protegge ma è pomeriggio e dopo una doccia siamo uguali a tutti gli altri, ma straniere.

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Tappa Venti - da Larino a Casacalenda


31 agosto/1 settembre 2015 

Marcello non ha quasi chiuso occhio, preoccupato per l’incidente mortale avvenuto sotto casa questa notte. Anche Valentina è sveglia, la voglia di partire ha vinto il sonno vacanziero. Mentre assaggiamo le loro marmellate davanti a un caffè, lei ci parla con gli occhi un po’ gonfi ma pieni di sole. In cammino affrontiamo subito una lunga salita, il loro passo è svelto, l’enorme luna piena gioca a nascondino nel cielo terso: siamo felici ci siano di nuovo le colline. Speriamo però non sia tutta così. Infatti dopo un po’ l’asfalto lascia spazio al brecciato e alla terra ­ più o meno ­ battuta e i pendii si fanno più dolci. Come le mele limoncelle, ormai quasi mature, che assaggiamo assieme a prugne, more selvatiche, nocciole e mandorle che Marcello apre con i sassi, come un buon papà: una gustosa seconda colazione, in compagnia di gruccioni e gru che volano incuranti del nostro passaggio. Una fontana riporta una scritta incisa nella pietra: “1927 - NON SPORCARE”. Ma in ottantotto anni l’analfabetismo sembra dilagare: è una fortuna che questi sentieri non siano molto praticati. Qualche rifiuto lungo la strada asfaltata, come al solito, come dappertutto in Italia­, poi viriamo di nuovo verso la campagna. Fa caldo, ma nella natura c’è più sollievo. E poi, come scrive Marcello, “abbiamo osservato le linee guida del Molise: i solchi della terra arata e seminata, delle stoppie di un grano che è già pane. Siamo stati in compagnia del Cigno che non è un uccello, ma anche di veri volatili. Finalmente vediamo sul monte la meta, ma non è il monte La Meta”. Sì, il sapore di questo cammino lo dà la strada, l’aroma persistente degli incontri, la profondità degli sguardi, la meraviglia dei paesaggi gustata attraverso gli occhi saturi di sudore e gioia.


Casacalenda però è al termine di una salita che spezza il fiato e le gambe. Nonostante la fatica, Marcello ha anche la forza di incitarci e scherzare: è veramente un vulcano, una “fonte”, come lo definisce Dora, ancora dopo venti anni di vita insieme. Una signora si affaccia al balcone per chiederci se abbiamo bisogno di qualcosa. No, grazie, proseguiamo fino all’ombra, dove restiamo seduti qualche minuto, poi ci rinfreschiamo al bar e scopriamo due paradisi, uno dietro l’altro. C’è un caseificio in cui assaggiamo mille prelibatezze e la regina dei sapori, una burrata ripiena di stracciatella. Giulia non resiste e, in mancanza di pane, fa scarpetta con una fetta di scamorza tartufata. Una volta a Torino, sarà il caso di controllare il colesterolo. L’altra oasi è un negozio di sapori molisani: - conserve sott’olio, vini, composte, di tutto e di più -­ dal quale ci facciamo spedire le scorte per l’inverno gianduiotto. 
Un ultimo abbraccio, poi le strade si dividono. La nostra ci porta a fermarci qui a Casacalenda, a ritrovare vie già percorse tre settimane fa, a ri­orientarci e iniziare a esplorare un po’ più a fondo questo paese. Chiediamo a qualcuno di suonarci il bufù, “domani mattina, alle dieci al bar centrale”. Una sola passeggiata e già tutti ci fanno un cenno di saluto, come se ormai fossimo del posto. Basta poco per sentirsi parte di una comunità, di una grande famiglia. Con tutto il bello e il brutto dello stare insieme, sempre. Beviamo questa sensazione come una bibita ghiacciata, a piccoli sorsi.


Rino si presenta puntuale, l’indomani. Noi siamo già al secondo caffè: il nostro orologio biologico si è sincronizzato sui tempi del cammino, anche quando ci fermiamo. Con lui e Andrea ci muoviamo verso il municipio, dove salutiamo il sindaco come vecchi amici ­in fondo, la nostra prima colazione in terra molisana ce l’ha offerta lui­ e visitiamo il museo di arte contemporanea e quello del bufù. È strano e piacevole vedere come tali opere d’arte si innestano nella pietra storica di questo paese: oltre a quelle racchiuse nel museo, infatti, alcuni artisti hanno disseminato il centro storico di sculture che gettano un nuovo sguardo sulle tradizioni locali. È ciò che fa anche Rino nel “covo dei briganti”, una vecchia cantina dove lui e il suo gruppo di musici danno vita nuova agli strumenti della loro tradizione, affiancandone altri più moderni, rivoluzionando il modo stesso di fare musica popolare e rivisitando anche molti grandi classici della musica più “commerciale”. Prepara, suona e ci fa provare il bufù; poi ci accompagna in macchina a vedere fontane, statue e ci spingiamo fino al convento di S. Onofrio nella campagna vicina a Casacalenda, mentre il CD dei Briganti salta da una canzone all’altra. È un passaporto speciale quello del viaggiatore, ci concede “quella libertà speciale che ha solo un uomo di passaggio”: il distacco dalle cose, la sfrontatezza del saper chiedere, l’accontentarsi di quello che c’è ma anche di ciò che manca. Riusciamo quindi a entrare nella chiesa in ristrutturazione. Conosciamo Fernando, il falegname che si sta occupando dei lavori, ex ferroviere in pensione che con le sue mani sta riportando in vita un armadio del 1722. Perché ne vale la pena. 
Nel pomeriggio andiamo alla ricerca di Carmine, vigile camminatore, che ci accompagna a vedere il sentiero che prenderemo domattina. Carmine è un uomo disincantato, che pensa alle cose ordinarie come straordinarie, che si accontenta di vivere in pienezza ciò che ha. È un tragitto breve, sono solo quattro chilometri nei quali però ci inoltriamo nelle profondità dell’uomo, non uno qualunque, ma del nostro esserlo: uomini. E ci raccontiamo la vita, quella sempre più scelta perché man mano che si cresce è così. Carmine ha percorso a piedi due Santiago e, appena i turni glielo concedono, va a camminare le sue colline in solitaria. Forse perché per avere a fianco un uomo come lui ci vuole il coraggio di guardarsi dentro. Solo Marcello l’ha accompagnato, una volta.

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Tappa Diciannove - da San Martino in Pensilis a Larino



30 agosto 2015 

Incontriamo Enzo dopo la colazione nella piazza davanti al palazzo baronale. Gli occhiali da sole nascondono la sua stanchezza. È tornato a casa alle quattro, stanotte, e due ore dopo è già in piedi per camminare con noi. Ci confessa di aver fatto molte volte quella strada in macchina, mai a piedi. Per lui sarà più una sfida psicologica che fisica, aggiunge, e se non coglie questa occasione, difficilmente si ripresenterà: già lo prendono per pazzo. Come al solito Giulia rompe il ghiaccio con le sue mille domande, Clara invece ascolta e aspetta che il sole sia un po' più alto interagire con il nostro compagno di viaggio. Proponiamo strade alternative, però – forse - improvvisare quando ci sono nuovi compagni di viaggio, non è la soluzione ideale. Così, ci teniamo sull'asfalto per tutta la tappa. Appena scendiamo dalla collina su cui si appende San Martino, sciami di pale eoliche si affastellano attorno a noi, in ogni ansa tra le colline. Alcune restano ferme, altre girano. Tutte si chiedono perché stiano lì. Alla base hanno una scaletta e una porticina bianche. Immagino The Truman Show: un uomo che, prima di aprire la porta della consapevolezza, saluta il suo creatore con un ironico buongiorno. "E casomai non vi rivedessi, buon pomeriggio, buona sera e buona notte". Sogniamo anche noi di sbucare in un mondo ideale, in cui le ricche risorse di questa regione vengano conservate, tutelate, valorizzate in maniera equa e intelligente. Ma il portale che troviamo ha le fattezze di un cancello lussuoso appiccicato alla campagna, con il nulla intorno se non soldi pubblici spesi per capricci personali. Il caldo ci travolge già prima delle nove così, nonostante la strada ci avvicini ad Ururi, decidiamo di segnarlo tra i "posti che visiteremo la prossima volta" e proseguiamo in direzione Larino. Lo scooter di Giancarlo compare due, quattro volte per indicarci i chilometri percorsi e quelli che ci mancano all'arrivo. Noi sorridiamo, non ci facciamo più caso, ormai, l'importante è andare. Radio Tratturo si accende a tutto volume ai piedi dell'ultima salita, curve e pini marittimi, la cui ombra è solo un sospiro soffocato dal calore dell'asfalto. Mettiamo da parte la timidezza e proponiamo tutto il repertorio, che con Enzo si arricchisce: per la rubrica Le belle canzoni di una volta trasmettiamo una splendida esecuzione di Surfin' USA a tre voci, abbiamo addirittura il telegiornale regionale offerto dal nostro collega autoctono. L'affanno muta in risata e poco dopo arriviamo a casa di Marcello. Lui non è a casa, ma ci aprono la porta la moglie Dora, con la sua pacata serenità, che ci rinfresca con acqua e asciugamani per la doccia, e Valentina, con la timidezza educata dei suoi quindici anni e gli occhi carichi di curiosità. Conosciamo anche Angelo, il figlio maggiore, che ci lascia incantate mentre suona al tamburello una carrellata di ritmi del Sud. Marcello arriva portando con sé una chitarra. È un uomo allo stesso tempo carismatico e sensibile: le sue tasche sono piene di storie e con il suo entusiasmo sa trascinarti fin dentro il cuore delle cose. Ce ne accorgiamo al primo sguardo e ne abbiamo la conferma quando andiamo con lui a visitare il centro storico di Larino. In breve abbiamo:



  • provato a scavalcare la recinzione dei resti dell’anfiteatro

  • chiesto al buon Pietro di aprirci il museo civico per meravigliarci insieme davanti alla bellezza del palazzo ducale, della sua storia e dei mosaici lì custoditi

  • visitato la cattedrale poco prima della messa

  • fatto una foto sul trono vescovile in sagrestia, mentre stava arrivando il vescovo

  • fatto una foto con il vescovo

  • vagato per i vicoli, incontrando un gruppo di bambini, ai quali Marcello ha chiesto di cantare alcune delle sessantotto strofe di cui è composto il canto tradizionale di San Pardo.



La giornata termina con una visita a sorpresa nella cantina di Enrica e Angelo, nata con un rosso e un bianco uniti al loro matrimonio e cresciuta con cura e passione. I vini sono squisiti - persino Clara li assaggia tutti -, la compagnia è fantastica e il tempo si è fermato. Ce ne accorgiamo quando l’ora di andare a dormire, per noi, è passata da un pezzo e la luna rossa splendente si è fatta bianca.

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Tappa Diciotto - da Campomarino a San Martino in Pensilis


29 agosto 2015 

Siamo uscite senza far rumore, lasciando poche parole su un biglietto per ringraziare questi nonni dal sorriso facile che ci hanno accolte senza pensarci due volte. Ci fermiamo religiosamente al primo bar, non sono neanche le sette e il sole è già caldo. Tutta la tappa è su asfalto, una strada non molto trafficata dove però le macchine vanno veloci chissà dove, non rallentano alla nostra vista. Cerchiamo sollievo e riparo costeggiando campi di pomodori e meloni, vigne e uliveti. Alcuni extracomunitari raccolgono ortaggi, un cane è stecchito al bordo della strada: oggi Radio Tratturo non trasmette. Ci manca, il tratturo. Però è sempre presente, quest’oggi dà il nome alla via che ci porta a San Martino. Ei fu, siccome asfalto. Nella rosa di emozioni provate mancava la noia, che oggi fa capolino e ci accompagna assieme al sudore e al timore di essere investite. La soprannominiamo “noia mortale”. Ci stupiamo sia arrivata dopo così tanti giorni di viaggio, probabilmente il fatto di vedere il mare di nuovo lontano, alle nostre spalle, amplifica questa sensazione. Siamo più silenziose del solito, proviamo a cantare, ma le parole sono appiccicose, più di questo caldo. Arriviamo alle undici, stretching, panino che ci ha lasciato la famiglia di Cinzia, poi arriva Giancarlo: occhi vispi, sorriso buono. Ci apre le porte del palazzo baronale, dove alloggeremo stanotte. Un’ala è di un privato che l’ha ristrutturata a meraviglia, l’altra è da poco del comune e per noi è già tantissimo. Ha spazi stupendi, speriamo riescano a farlo rivivere al meglio. Dopo un giro delle stanze Giancarlo ci lascia riposare, poi ci invita a pranzo a casa sua: spaghetti quadrati con il suo sugo speciale al pomodoro ­- davvero speciale! -­ e poi pampanella, frutta, gelato. Ci raggiungono alla spicciolata Marcello, Enzo e Peppino. Funziona un po’ così, qui in Molise. Le porte di casa aspettano sempre aperte. Dopo il pranzo “paesaggistico” a chilometri zero, caffè e ammazzacaffè, ci dilunghiamo, si raccontano le storie e la storia del paese, non mancano piccoli battibecchi in simpatia sul valore storico di San Martino VS. Larino, paese di Marcello. Noi seguiamo divertite, ma il sonno ci coglie alla sprovvista e ci ritiriamo nelle nostre stanze. Mentre ci avviamo, i nostri amici raccontano che il palazzo è infestato dai fantasmi. Lo avevano detto anche a Torella, ma siamo sopravvissute. Così, mentre Giulia si addormenta di sasso, a Clara pare di sentire strani rumori e non chiude occhio. Più tardi, Giancarlo, Enzo e Peppino ci accompagnano in un giro per il centro storico. Peppino è medico, ma conosce bene le storie racchiuse in queste pietre e in un paio d’ore questo borgo medievale si riempie di simboli e ricordi altrui. Scusaci, Peppino, ma dei nomi e delle date ricordiamo solo la storia del ragazzo povero divenuto medico e professore e gli incappucciati della congrega della morte. Anche la società operaia, in effetti. E San Leo.


Mentre passeggiamo lungo il decumano, il profumo della lunga cottura della pampanella ci segue, punteggiato da urla e litigi tra coniugi: non sono riusciti a cuocerla come si deve.
Ieri abbiamo ricevuto una mail da Michele: non lo conosciamo ma oggi sorgerà la luna piena e ci dà tutti i suggerimenti per goderci lo spettacolo al meglio. Verso le sette, esplorando il palazzo, scopriamo una tettoia che domina il paese, dalla quale si scorgono persino le Tremiti. È uno spettacolo: mentre il sole tramonta, dalla parte opposta la luna rosa sorge, enorme. Il campanile divide i loro cieli in parti uguali. Restiamo affascinate fino alla vittoria della luna sul sole e la rivalsa delle altre stelle. E quando andiamo a dormire, avviciniamo i letti e chiudiamo la porta, anche se i fantasmi non esistono.

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Tappa Diciassette - da Termoli a Campomarino


28 agosto 2015 

A Termoli ci arriviamo di notte. Siamo ospiti di Cinzia, ci ha preparato due letti in sala e ha spostato Ernesto in bagno, per non disturbare. Ernesto è un criceto che, insieme a Sushi -­ ovviamente un pesce rosso -­, dividono l’appartamento con lei. Di Cinzia ammiriamo la femminilità e la grazia con cui fa tutto, dagli aiuti tecnologici alla visita guidata di Termoli. Noi, con tre cambi nello zaino e i capelli da ragazzino in pubertà. 
La mattina seguente facciamo le turiste: schiena leggera e vestito della festa; Cinzia oggi non lavora e ci accompagna. Appena entriamo nel centro storico, ci racconta che quello su cui stiamo passeggiando è il “nuovo” corso Nazionale, un’ampia via pedonale costeggiata da negozi; è così solo da pochi mesi, prima ci passavano le macchine, c’erano marciapiedi, un’altra forma. La relatività dello sguardo. Arriviamo al castello e al mare con i suoi trabucchi che ci fanno sognare altre vite. Vite da pescatori, da pirati. Poi rientriamo tra le case pastello e ci perdiamo negli splendidi vicoli del borgo antico, attraversando anche la -­ seconda -­ via più stretta del mondo. Restiamo ammaliate dalla rosa dei venti, tutti quelli che attraversano la città. E sono tanti. Sono molti più di quelli che conosciamo per sentito dire, tutti italianissimi, nessuna Katrina o Sandy a darsi aria. In pausa pranzo ci raggiunge Gilda, mangiamo insieme, Cinzia invece ci lascia per proseguire la giornata, ci aspetterà a casa più tardi. Con Gilda scopriamo quello che ribattezziamo “il polpo dei templari”, un posto delizioso tutto pietra e nicchie, solo noi a guastarne il silenzio. Il pesce è fresco, pescato di buon mattino dallo stesso proprietario del locale; ci rilassiamo assieme alla nostra amica molisana, la quale ci svela altri angoli di città e ci mostra la sua casa dei sogni vista mare. Il mare: non possiamo partire senza salutarlo, così eccoci, zaino in spalla sugli scogli per il primo e ultimo bagno termolese, poi via verso Campomarino.


Peccato che l’unico ponte sul Biferno coincida con una statale in cui le macchine sfrecciano agguerrite a pochi centimetri da noi: ci tocca viaggiare con la morte alle spalle, non se ne parla di attraversare né ci è possibile tagliar per campi o ripararci con il guardrail. Poi però finisce e, con lui, anche il Biferno. Restiamo a contemplarne la foce, ripensando a quando eravamo a Bojano, alla sua sorgente, e ci fermiamo tristi a guardare quanta poca acqua affluisca al mare. Facciamo qualche passo e lì arriviamo alla vera foce del Biferno, un flusso copioso che salutiamo con l’emozione consapevole dei chilometri percorsi. Ci eravamo sbagliate, per fortuna. 
Per entrare a Campomarino scegliamo il sentiero. Sassolini bianchi che ci accompagnano per una salita più ripida rispetto all’asfalto, ma più graziosa che va a gettarsi in un vicolo cieco. Abbiamo voglia di arrivare e poi non sopportiamo di tornare sui nostri passi così chiamiamo a gran voce il nessuno che non c’è mai. Il caso/la provvidenza/il destino, tutti insieme vogliono sorprenderci e, in quel momento, fa capolino un abitante che ­- un po’ infastidito -­ ci lascia attraversare casa sua per tornare sulla strada principale. Un’anziana signora si sporge dalla porta aperta per salutarci e parlarci della sua famiglia di musicisti emigrati in Germania. Poche parole, pochi minuti. C’è sempre modo e tempo di raccontare una vita.


Ci addentriamo nel centro storico e, appena voltiamo, l’angolo i muri rinascono grazie ai murales realizzati negli anni da diversi artisti, locali e internazionali. Passeggiamo in questo labirinto per un po’, prima di accorgerci di due ragazzi che stanno ad ascoltare una signora affacciata al balcone fiorito di una casa arancione. Una scena già vista, in qualche pagina al liceo. Si chiama Costanza e noi non perdiamo l’occasione di scambiare due chiacchiere con lei. Così scopriamo poco a poco la storia di Campomarino, la parte alta della città che coi denti stretti cerca di rimanere viva. E bella. Costanza ci offre anche un posto dove dormire, però ora deve scappare a una cena con amici, così noi proseguiamo il cammino con la stessa fiducia di sempre. 
Adocchiamo un prato lindo, un prato vero. Ma il nostro sguardo deve avere qualcosa di terribilmente decifrabile perché all’istante ci sconsigliano di piantarvi la tenda, qui volano le multe, non servono parole. Ci incamminiamo alla ricerca di Don Rosario, “lui potrà sicuramente aiutarvi” ma il Don non è in casa, non è in parrocchia. Chiediamo aiuto a Sicuro, un carabiniere di fresca pensione che ci scorta per le vie della città nuova all’inseguimento del pulmino delle suore. Ci ritroviamo a una cena diocesana ma nessuno degli invitati può suggerirci un posto dove accomodarci. Sicuro cerca un appoggio nel lido dove lavora suo figlio, una cosa sottobanco, sono due brave ragazze, ma papà, quelli mi licenziano. Però il Molise è piccolo e, mentre assecondiamo il nostro angelo custode quotidiano in un paio di scherzi telefonici, sfruttando la nostra finta piemontesità, Gilda ci chiama: ha trovato una casa che ci può ospitare per la notte. Dormiremo dai nonni di Pascal, un suo amico o forse lontano parente, non sappiamo ma non è così importante. Anche stanotte qualcuno ci ha aperto la porta e noi non possiamo non pensare a quanto ci sia facile chiuderla a chiave. Un automatismo di paure che ci fanno sempre più inespugnabili. 
Ora siamo qui, il materasso è morbido e il sacco a pelo sta chiuso nello zaino: nonna ha voluto che usassimo le coperte. E gli asciugamani. E il bagnoschiuma e lo shampoo. Ci ha cucinato due spinacine e siamo rimasti a parlare fino a tardi, noi due, nipoti incoscienti e affettuose, loro due nonni moderni che attraversano l’oceano e si fidano dei cambiamenti e della vita.

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Tappa Sedici - da Petacciato a Termoli


27 agosto 2015 

Non aspettiamo la sveglia stamane, ma anticipiamo il nascere del sole camminando sulla spiaggia fresca. Ci siamo solo noi e due pescatori inesperti che armeggiano con le loro canne approfittando di questi attimi di attesa. Non lo so perché la gente preferisca i tramonti, l’alba sola è in grado di raccontare quel sentimento di speranza che la natura custodisce. L’acqua è calda, ascoltiamo in silenzio la nascita del sole e poi ci tuffiamo. Sono solo le sei e mezza e non possiamo non ammettere che ogni giornata dovrebbe iniziare così. Fantastichiamo sui nostri desideri di cambiare aria, città, di gioire guardando il mare d’inverno e di lasciare la falsa cortese Torino che amiamo così tanto, l’abbiamo scelta. 
Sara ci raggiunge, è rimasta con noi stanotte e non fa che ringraziarci per tutta questa vita. Poi ci conduce sulle dune, il luogo che ama di più e per il quale è tornata in Molise, il motivo per cui da Campobasso si è spostata a Termoli, la ragione per cui è felice. Siamo affascinate e sorprese di come la natura si adatti e reagisca ai cambiamenti in modo facile e meccanico. Noi no, quasi non fossimo natura. 
A colazione siamo ospiti della famiglia di Gilda, ma siamo pur sempre in Sud Italia, un caffè tira l’altro e ci ritroviamo sedute allo stesso tavolo anche a pranzo. Prima di ripartire per Termoli ci concediamo un altro tuffo e ora non siamo che due dei tanti bagnanti, ma con la sensazione di custodire un segreto, un patto tra noi e il mare, che la gente non sa cosa si perde, che l’alba sul mare è una di quelle cose che si sanno, forse, ma non si vivono. Non abbastanza.


A Termoli ci andiamo via spiaggia, ci carichiamo dei nostri zaini ormai casa e degli sguardi increduli di chi per vacanza intende altro. E ci scambiano per straniere, così noi parliamo più forte. Camminare scalze ci fa sentire ancora più primordiali; è una fatica diversa dal solito ma della strada non ci spaventa quasi più niente e questa è una conquista fatta di tanti chilometri. 
Sara ci raggiunge alle porte di Termoli, ormai è buio e della città non vediamo che un bel mucchietto di pietra e luce a picco sul mare. Ci allontaniamo con l’acquolina in bocca e i piedi coperti di sabbia.

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