Stamattina iniziamo a ridere presto, non c’è posto per la stanchezza, oggi: dieci, tredici chilometri e poi mare sia. Apparteniamo a quella fetta di popolazione che ne sente la tenace attrazione, la saudade, ma che al tempo stesso non ha il coraggio di rispondere e abitarlo. Non ancora, perlomeno. Ma quando il mare c’è, bisogna celebrarlo.
In questi ultimi giorni il paesaggio è cambiato molto. Abbiamo abbandonato gli abeti bianchi e ora colline giallo oro che ci mangiamo a passi piccoli e svelti. Facciamo una breve sosta a Petacciato e, proprio mentre la lasciamo per dirigerci verso la sua omonima marina, ci rendiamo conto che tutte le bellezze di questo territorio non corrispondono al nostro concetto di “bello”. E quelle due case arroccate su se stesse, quelle facce uguali a tante, quei paesini semidesertici che ci hanno tanto impressionato, ora ci mancano.
Ci affidiamo a un sentierino non asfaltato costeggiato da rifiuti, Est è la direzione, sempre dritto, non ci si può sbagliare. Passiamo l’autostrada e la zona degli appartamenti turistici, la spiaggia.
Maria ci fa poggiare gli zaini al CEA, centro di educazione ambientale, una deliziosa struttura in legno tra le dune: velocizziamo i tempi, una corsa e siamo in acqua. Il primo bagno della stagione lo si pregusta, lo si aspetta e lo si gode, ognuno a modo proprio, con religiosa devozione. Il primo bagno dopo duecento chilometri di cammino è un’arresa alla tavola blu, al suo essere immensa, eterna, pace. Il CEA ha una terrazza dove tira sempre vento. Pranziamo coi capelli ancora bagnati, frutta e focaccia. È un pomeriggio senza tempi né doveri, un pomeriggio in cui ci premiamo per la strada fatta, premiamo i nostri piedi, le nostre spalle. Verso sera ci raggiunge Gilda, che abita a pochi passi da lì. È una ragazza di liquirizia, dolce e piena di energia, di quelle che ti cambia il mondo con il sorriso. Si aggiunge a noi anche Sara, responsabile del centro, che ci sfama e ci trascina lontano col suo entusiasmo e la sua passione per la sua terra, per il suo lavoro. Sara ride e con lei ogni virgola del suo corpo. Mi chiedo se sia la passione sfrenata verso qualcosa a renderti così, appassionata e libera. Perché è quello che lei è: una persona libera. Passiamo una serata “tra amiche” e si insinua in noi la sensazione che le persone belle non siano finite. Verso i trent’anni uno se lo pone questo dubbio, è lecito, ma stasera queste due ragazze ci hanno restituito un po’ di fiducia nel genere umano. Ci addormentiamo sotto le stelle e questo è l’ultimo pensiero della giornata.
Lasciare Palata non è stato così semplice, stamattina.
Ci svegliamo che Maria e Federico dormono ancora, dalla cucina il silenzio di zio Antonio lascia spazio ai programmi mattutini del digitale terrestre: è il suo modo per fare sapere a tutti che è tornato. Salutiamo accorciando la modalità “circostanza”, ma non sempre è possibile. Alcuni di noi umani ne hanno proprio bisogno, come per essere certi di sapere stare al mondo. E poi Maria ci ha spalancato la porta quando tutti gli altri ce l’hanno chiusa in faccia.
Svolgiamo i nostri riti venerativi al bar di ieri, ormai casa, dove ci raggiunge Gialluca e ci offre la seconda colazione, la nostra preferita. Ci ha portato anche il pranzo e non posso non pensare che sono questi gli incontri che danno senso al cammino, quelli per caso, dove lo scambio è lieve, ancora meno di una carezza. Ci siamo visti solo per dieci minuti e oggi tu e quegli occhi verdi siete qua, per noi. E sono solo le sei e mezza del mattino. E potevi dormire, dimenticarti, tardare. Invece sei qua.
Ci allontaniamo dispiaciute di non aver salutato Valeria e con le indicazioni della strada scritte su un biglietto del treno. Discesa, destra e poi tenere la sinistra, due fontane. Le abbiamo chiare, ma forse non basta e ci ritroviamo a schivare rovi e ad attraversare campi di girasoli. Mi lamento quando è così ma non posso non pensare che siano quelle le strade belle. Torniamo sull’asfalto che irrigidisce le ginocchia, siamo senza un goccio d’acqua e il caldo adriatico riempie l’aria e ci fa sudare le pupille. Ci fermiamo in una casa dove un uomo sta lavorando solo. Roberto si spaventa un po’ quando lo chiamiamo ma subito dopo ci offre tutto quello che ha. Prendiamo solo l’acqua, grazie, e ci avviamo con Radio Tratturo a tutto volume. Coi giorni ci siamo accorte che quello è l’unico modo per fare risalire l’umore quando la schiena punge e il prossimo paese non si vede.
Da lontano Montenero di Bisaccia sembra più grande e ripido degli altri, lo battezziamo scegliendo la strada più corta e quindi più scoscesa. Ma non è finita: i viottoli di Montenero sono ferrate d’asfalto e oggi siamo due sherpa sull’Annapurna. Ci scherziamo su, come ogni volta quando la stanchezza viene a bussare. Funziona. Ci diciamo che il paese ci piace e raggiungiamo la chiesa, punto più alto. Chiediamo per la piazza e ci ritroviamo nel “centro di Rimini”; ci eravamo dimenticate che faccia avesse il nostro mondo, quello senza pietre, coi bar rumorosi dove un buongiorno desta per prima cosa sospetto, dove non c’è tempo.
Per un paio d’ore testiamo le panchine intorno alla fontana, sfuggiamo la linea che il sole disegna come si fa da bimbi con la marea, sulla battigia. Marcello si libera nel tardo pomeriggio, siamo sue ospiti stanotte, nel centro di accoglienza dove lavora. Ci raggiunge però Simona e ci svela che il posto si trova proprio vicino a Petacciato, prossima tappa, così accettiamo la sua offerta di fermarci a Montenero: al mare dobbiamo arrivarci coi piedi. Al centro però andiamo per cena dove Marcello, Vita, Fabio, Giulia, Federico e Alì ci hanno preparato gli arrosticini alla brace e la nostra prima insalata molisana, evento da ricordare. Presto però dobbiamo salutarli: ogni sera arriva un momento in cui veniamo risucchiate dal silenzio della stanchezza. Un silenzio pieno di tutti i paesaggi che attraversiamo, dove ci assentiamo perché di spazio, dentro, non ne abbiamo più.
Forse per questo gli anziani parlano poco, penso. Forse hanno visto così tante cose che gli mancano i vuoti, quando arriva la sera. Poi però ci addormentiamo.
L’alba tinge Montefalcone delle tonalità dei frutti maturi. Camminando per le vie del centro scopriamo il volto muto e assonnato del paese, rotto dall’abbaiare di alcuni cani in lontananza - forse Pis III ha seguito il Nigga al villaggio Shalom - ci diciamo per rincuorarci. Nella piazza, un unico bar aperto il lunedì: non ha ancora i cornetti, ma ci mette il cacao nel caffè. Ci raggiunge Gigino, per salutarci e augurarci buon viaggio. “Dovevi dormire!”, gli diciamo in coro.
Diciamo molte cose in coro. Pensiamo le stesse cose nello stesso momento. Camminare insieme, forse, accorda i bisogni, crea sintonia. Anche se ventiquattr’ore su ventiquattro sono tante, sono tutte, entrambe sappiamo che con un’altra persona non sarebbe stato possibile. Siamo fatte per viaggiare e - perché no - per viaggiare insieme. Come Giulia e Mario, calabrobelgargentini che ci raggiungono a passo spedito durante la loro marcia quotidiana. Giulia ha occhi verdi e capelli rossi, Mario mandorle scure e poche parole ben piazzate. Si sono innamorati di queste montagne e, appena possono, le vengono a trovare, per mantenerne l’immagine salvifica davanti agli occhi e sopportare così le uggiose giornate belga. È uno splendido incontro per tutti, gli occhi ci brillano. Condividere con uno sguardo le sensazioni del camminare un luogo. Capirsi. Sapere. Giulia è amareggiata perché, nonostante i suoi ripetuti tentativi di coinvolgere gli altri abitanti del paese ad assaporare con i piedi la propria terra, questa sua scintilla non accende fuochi.
Ci separiamo a un bivio, noi proseguiamo in cerca del tratturo. Lo percorriamo per un breve tratto, il resto è sole e asfalto. Un signore ci propone di cogliere le sue prugne dall’albero, poi si rivolge a un collega: “Chiste so’ buone, vann’a pèdi”.
Acquaviva Collecroce dà a entrambe la medesima impressione: decadenza, inquietudine. Forse è solo perché non ci addentriamo nel paese, ma ci fermiamo al primo bar sulla strada: la colazione è sacra e senza cornetti non è colazione. Quando posiamo gli zaini, il sollievo è preceduto dal dolore ancora più acuto: il loro peso inizia a insistere troppo sugli stessi punti. Ci rilassiamo un attimo prima di ripartire sotto il sole cocente. Il barista ci fa portare un sacchetto con quattro panini al salame più uno vuoto, con una scatoletta di tonno: “mica siete vegetariane?”. Qui non si può simpatizzare troppo per gli animali, come vorrebbe Giulia. Ci lascia anche tre bottigliette d’acqua. Si merita un sasso.
Uscite dal paese, chiamiamo Erik: non ne possiamo più dell’asfalto. Erik è un biker con la passione per lo sterrato e l’ambiente, le alternative che preferiamo. Ci indica il tratturo e, una ventina di minuti più tardi, ci raggiunge alla chiesa di Santa Giusta. Anche lui con acqua e frutta che trova per strada. Ci fermiamo addossati alla parete e il tempo trascorre tranquillo tra susine, racconti e un vento di informazioni che ci sciacqua il viso. Ci raggiunge poco dopo Gialluca - in macchina - con altra frutta e il caffè. Ora il problema è ripartire a mezzogiorno e mezza, doloranti e decompresse. Sono solo tre chilometri, ma arriviamo stremate. Mentre camminiamo, sogniamo di fermarci in un posto all’ombra con vista mare. E così è.
Palata è un paesegioiello, lo scopriamo con una guida d’eccezione: il vigile Maurizio. Lui sa tutto della sua storia e dei tratturi e ci accompagna in una visita del centro davvero interessante. Entriamo nel centro storico passando attraverso un vicolo strettissimo, quasi tocchiamo con le spalle, che si apre su una serie di case in pietra dove “ogni porta era una famiglia” e le porte sono arrampicate una sull’altra. I tentativi di ristrutturare il cuore del paesino si sono esauriti presto e quello che rimane non sono che tracce dell’antico splendore di Palata: il palazzo ducale, la neviera, gli stemmi sparsi nei cornicioni delle case , impossibili da trovare senza guardare negli occhi tristi di Maurizio.
Entriamo in chiesa per chiedere ospitalità. Aspettiamo una buona mezz’ora, sentendo delle voci provenire dalla sagrestia. Un signore sta allestendo in silenzio la chiesa per le preghiere della sera, con una dedizione umile e amorevole. Ci fa qualche domanda, partecipa del nostro “pellegrinaggio” con comprensione e i suoi occhi si illuminano mentre ci racconta che da quando è andato a Medjugorje non c’è mare o montagna che tenga: lì si rigenera. Poi, preoccupato, si propone di intercedere per noi con il sacerdote, il quale lo licenzia veloce, “non c’è posto” e attraversa la navata centrale senza nemmeno riuscire a guardarci. Restiamo attonite davanti a questo buon signore, che non si perde d’animo e inizia a chiedere aiuto alle prime donne che entrano per le preghiere. Queste sembrano tutte affannarsi per la nostra causa, solo che loro non hanno né lo spazio né il numero del sindaco. Il signore buono è in affanno, ci chiede di aspettare, che tra poco ci sarà più gente e di sicuro qualcuno avrà posto, noi rispondiamo commosse che apprezziamo ma non vogliamo insistere, abbiamo una tenda. Torniamo al bar con il sorriso di chi ha la soluzione nello zaino. Ma anche stasera resterà chiusa sulle nostre spalle: Maurizio ci accompagna infatti a casa di Maria, donna dal cuore grande e la vita difficile. Vive con il figlio Federico, fa prima media ma è più grande della sua età, sa tenere le mucche e addestrare i cani da tartufo. Con loro c’è anche zio Antonio, presenza silenziosa che traccia una diagonale tra la sua sedia e il televisore acceso. Non parla con noi ma solo con Freccia, il loro cane di cinque mesi. Maria ci accoglie scusandosi, non sapeva del nostro arrivo, ma siamo noi a volerci scusare per aver invaso così repentinamente la sua quotidianità, per non avere nulla da offrire in cambio, per essere lì senza riuscire a spiccicare una parola dall’imbarazzo. Cerca in tutti i modi di farci sentire a nostro agio, offrendoci un gelato mentre lei lava i pavimenti, pulisce, mette in ordine come può.
L’arancione c’è eccome, solo che è nascosto tra le cataste di vestiti.
Il primo tratto è una discesa asfaltata, le due cose che odiamo di più, ma c’è Ester con noi. E Santina ci ha preparato la cioccolata calda per colazione e, nello zaino, succo al mirtillo e panini molisani DOC. È una sensazione piacevole quella di non doversi curare della strada, qualche volta, anche se ciò non ci mette al riparo dalla routine quotidiana e, per qualche minuto, sconfiniamo in Abruzzo. Ma poi torniamo volentieri sui nostri passi.
Il percorso è un po’ noioso, è bello essere in tre. Ester si racconta, si parla di sport, di esperienze che ti segnano, di come le paure si possano superare con semplicità e istinto. Siamo in sintonia sull’idea di una vita in movimento e di quanto questo sia salvezza dalla quotidianità.
Arriviamo al santuario della Madonna di Canneto durante la messa. È un buon posto dove tirare fiato; ci ristoriamo insieme a Pis III, nuovo compagno di strada a quattro zampe, il più stremato di tutti che si addormenta all’ombra. Il tempo passa veloce e, quando guardiamo l’orologio, è il momento di andare.
Torniamo sulla statale e qui salutiamo la nostra compagna di strada, ma è una di quelle facce che siamo sicure di rincontrare, nessuna tristezza. Prendiamo il sentiero, una salita che ci asciuga le parole in bocca, tra gli ulivi. Quelli sono i momenti del male minore in cui non si sentono più le vesciche pulsare sotto i piedi, la schiena rotta, il caldo, ma c’è solo la strada. E ci sei tu.
Si unisce alla carovana anche Nigga, un bastardino che reppa in cagnesco; insieme a lui, un senso di responsabilità nei confronti di questi piccoletti che ci aspettano agli incroci e si voltano a guardarci quando non ci vedono arrivare, come figli quando mamma e papà si fanno stanchi e curvi. E succede lo stesso quando, arrivati al paese, saliamo in macchina di Gigino che ci ospita per il pranzo: li salutiamo con gli occhi senza avere il tempo di accorgerci che le nostre strade si dividono qui. È domenica, ci aspetta un buon pranzo, in famiglia. Ed è proprio così che ci sentiamo in questa regione d’adozione che non smette di darci meraviglia. Parliamo anche di questo con Gigino, uno di quegli uomini che hanno a cuore la cosa pubblica, uno di quelli che ancora spera. Poi saliamo in centro, dove si sta svolgendo la ruzzola, gara di lancio di formaggi di capra, lungo le vie del borghetto. “È dal 1985 che non si faceva”, ci raccontano e noi ne siamo ammaliate: ci sembra di essere in un altro luogo e in un altro tempo o forse in un luogo dove il tempo si è fermato e basta davvero poco per divertirsi e stare insieme.
Ci spingiamo fin sopra alla montagna, alle spalle del paese, passando per la pineta. Per la prima volta vediamo il mare. E, per la prima volta dall’inizio di questo viaggio, conosciamo la meta, ma è una sensazione d’ogni giorno, come quando si riguarda Forrest Gump e si aspetta con trepidazione che lui smetta di correre.
Ora abbiamo una missione, una direzione chiara. Ci sentiamo un po’ meno vagabonde e un po’ più vedette. Dopo aver raccontato qualcosa di noi a Montefalcone che ci ascolta con quello stupore che ormai distinguiamo chiaro, ce ne andiamo a dormire perché ora il mare è un posto dove arrivare.
La tappa è lunga, oggi. Nina Simone canta mentre un sole freddo spunta dai colli oltre la nebbia. Nel silenzio, prepariamo gli zaini in tempo record e neanche mezz’ora dopo siamo nella piazza deserta di Bagnoli, le tende arancio a custodire le noccioline di Alessandro e Claudio. Ci incamminiamo sulla vecchia provinciale, quasi senza parole fino a Salcito. Quando intravediamo il paesino, un signore in mezzo alla strada lo fotografa. Vive a Roma e ogni giorno porta i suoi ottant’anni a fare una passeggiata per ammirare Salcito da lontano. Alle porte del paese ci saluta e sale in macchina. Ci addentriamo e scorgiamo una bionda signora ai piedi di una lunga scalinata. Le chiediamo di poter posare gli zaini per visitare il paese e siamo subito incantate da quegli occhi accoglienti. Dopo colazione torniamo da lei, che ci offre delle paste al cioccolato “per darci energia”. Ne dobbiamo prendere almeno tre e noi, devote alle colazioni, certo non ci tiriamo indietro. Luciana ha vissuto a Roma una vita, ora però sono tre anni che ha risposto al richiamo delle origini ed è tornata a Salcito con il marito romano che, della capitale, conserva i modi affabili e caciaroni. Con loro c’è anche la sorella Irene, occhi buoni e ridenti. Questa mattina è un tripudio di “che Dio vi benedica” e forse è proprio così, perché anche oggi ci perdiamo, sì, ma per pochi minuti. Dopo Salcito riprendiamo a parlare, a giocare, a ridere.
Trivento è una lunga lingua di case sul crinale di un monte, una scia che sembra non finire mai. All’ingresso del paese ci viene incontro Annalisa con la naturalezza di un appuntamento organizzato da tempo, ci accompagna in pasticceria e ci offre la nostra terza colazione. Ha solo pochi minuti prima di andare a lavoro e li spende per noi.
Proseguiamo qualche passo verso il centro e una macchina accosta. Santina e Angelo non sanno chi siamo ma hanno sentito parlare di noi dalle loro figlie, così ci invitano a fermarci da loro, una casa poco distante da lì. Una doccia, un pranzo e siamo già “adottate”. Santina e Angelo hanno quattro figli e un cane. Nicola, l’unico maschio, è il primogenito, poi Giulia ed Ester, gemelle, e Francesca. E Sissi. Nel pomeriggio visitiamo il centro storico con la prima cattedrale che davvero ci piace: c’è una cripta, sotto, piena di archi e colonne in pietra. Devi accendere le luci da solo. E, per favore, spegnerle quando te ne vai. Trivento è una scalinata lunghissima, impacchettata da nastri colorati che la separano dal cielo. Stasera è festa, si salgono gli scalini e a ogni rampa si assaggiano prodotti tipici, dall’antipasto al dolce. Noi però rientriamo a casa: Ester è tornata in bus da Campobasso apposta per conoscerci. Nessuno aveva mai fatto un viaggio a sorpresa per noi, lasciando il libro aperto sulla scrivania. Ester sì. Ceniamo in una lunga tavolata per una grande famiglia, Santina fa tutto, dall’antipasto al dolce: la festa è qui. Santina conosce alla perfezione i bisogni della sua famiglia e con tranquilla operosità li colma, assolvendo ogni compito con la spontaneità di chi ha trovato in questo fare per gli altri la sua vocazione. Dopo cena si preparano tutti per uscire, anche Santina che di solito resta in disparte. Solo noi crolliamo in un sonno profondo pochi minuti dopo, sotto gli occhi un po’ straniti di Sissi.
Ci svegliamo ancora prima che Nina Simone canti, ormai abbiamo un nuovo ritmo nel corpo, il tempo del cammino, ed è difficile scrollarcelo di dosso anche se oggi è pausa, festa dei piedi. Walter, la nostra eccelsa guida dell’Alto Molise - ma solo per un giorno - ci raggiunge al bar, poi ci scorta nella sua macchina lungo un rincorrersi di curve, direzione: Agnone.
Ci immergiamo sempre più in questo verde sempre più verde e ci mangiamo un po’ le mani per aver lasciato indietro questo angolo di terra “di confine”. I paesaggi cambiano veloci, dietro al finestrino. Non abbiamo il tempo di abituarci né di ricordarli, di odiarne le campane, di seguire i nibbi. Agnone ci appare imponente, sulla cresta alla nostra destra ma non abbiamo nemmeno il tempo di scattare una foto che il tracciato riprende a curvare. Arriviamo in centro, c’è ancora qualche striscia bianca per parcheggiare, ma la cittadina è ben diversa dai paesini che ci siamo lasciate alle spalle. Iniziamo una staffetta tra le vie del centro storico: le vecchie botteghe veneziane a P, P rovesciata, le quattordici chiese con le proprie campane, lustro della città. Ci spingiamo fino al belvedere - o mirargiocondo - e lo spettacolo che ci circonda è la natura coi suoi colori della festa. Un uomo prega le montagne: “dovreste venire di sera” dice “sembra un presepio”. E noi gli crediamo perché qui, da un paese all’altro, ci sono solo le stelle a far da lampione.
Mentre Walter ci fa strada verso il museo incappiamo in uno degli ultimi fabbri della città. Il sorriso timido delle persone umili ai complimenti. Appena ci avviciniamo si pulisce le mani in una pezzuola unta. Dopo di lui non ci sarà nessuno a prendere il suo posto, ma la vita va così, sembra dirci coi suoi occhi color ferro. La biblioteca dà sul chiostro di San Francesco. Ci piacciono i chiostri che soli dicono pace. Qui Agnone custodisce preziosi volumi che fanno gola, quasi a voler dire: un tempo siamo stati importanti, vogliamo esserlo ancora. Firmiamo il libro degli ospiti, ma non quello all’ingresso, quello chiuso dentro un cassetto a chiave, inaugurato da papa Giovanni Paolo II. C’è un po’ di timore reverenziale poi però la mano è più svelta e lascia il segno di due passi in Molise. Walter si prende cura di una mostra sui Sanniti e noi siamo davvero felici di visitarla perché qui vediamo condensato, amplificato, tutto quello che abbiamo imparato fino a oggi. E ci emozioniamo un po’ davanti alla tavoletta originale in lingua osca.
Corriamo in macchina e poi Pietrabbondante. Abbiamo il cuore un po’ in subbuglio, ma anche i nodi si sciolgono davanti a quello che troviamo: c’è qualcosa di straordinario, una bellezza sopita, come i muri lo dicessero che sono più antichi pure di Roma. Prendiamo tempo, Walter è una guida eccellente, ma lì è tutto da assaporare con gli occhi, ogni singola pietra, la famiglia in vacanza, gli archeologi in pausa pranzo. Contribuiscono tutti a creare meraviglia. Questa “gita” è un pasto mangiato di fretta: compriamo tre panini e ci rimpinziamo nel bosco di Collemeluccio appena prima che inizi a piovere. Torniamo a Bagnoli e salutiamo Walter; guardiamo il temporale dalla cameretta, suoniamo, diciamo tante parole che non sono un discorso perché ogni giorno, qui, ora, sono ben più di ventiquattro ore e a noi ne servirebbero almeno trenta. Poi andiamo a letto sfinite, anche se oggi i chilometri li abbiamo percorsi con testa e occhi.
Questa mattina il buon Vito ci ha offerto la colazione e ci ha accompagnate per un pezzo lungo il tratturo e sul sentiero, prima di tornare a Civitanova in tempo per la messa in ricordo di sua mamma, morta oggi tre anni fa. Vito non parla molto, ma le sue parole sono soffici, come il suo modo di affrontare la vita. Non sappiamo se ci rivedremo, ma incontrarlo ci ha lasciato in eredità il desiderio di proteggere questo modo di vivere di cui si sente la nostalgia solo quando lo ritrovi in qualcuno. Quando torna sui suoi passi, noi camminiamo nel fango di una frana riparata da poco. Ci stupiamo della velocità dei nostri passi e alle dieci siamo già a Bagnoli. Entriamo in paese salutando le persone che incontriamo. Non ci (ri)conosce nessuno, solo una ragazza esprime la sua stima con un pollice alzato. Si respira una strana aria, qui. Sembra un quartiere di Roma trasferitosi in Molise: c’è baccano, c’è confusione. Si avvicina a noi Giuseppe, ha una gamba ingessata e con un gran sorriso ci indica un ragazzo del posto a cui chiedere informazioni: “lui vive qui anche d’inverno, sicuramente vi potrà aiutare”. La maggior parte della gente che c’è in giro, invece, è venuta qui in vacanza. In taxi. Il proprio taxi. Partecipiamo anche noi della confusione di questa piazza, ma in un modo diverso. Non sappiamo bene cosa fare, ci lasciamo invadere dalle sensazioni accovacciate su una panchina. Sono tutti in fermento, questi sono giorni di festa. Decidiamo di rivolgerci al parroco che sta celebrando messa. Allora attendiamo, mentre la gente si accalca riempiendo la chiesa e persino una stanza sotterranea, forse costruita apposta per l’afflusso estivo di fedeli. È un’ospitalità incredula quella che riceviamo, il parroco un po’ imbarazzato si offre persino di pagarci il pranzo, ma a noi basta un tetto. Nella casa del pellegrino abitano per dieci giorni anche Claudio e Alessandro, di ventuno e sedici anni, che vendono le noccioline in piazza in queste sere d’estate. Sono persone che si adattano, loro, e che sanno trasformare ogni luogo in casa, perché le tende del loro negozio ambulante sono arancioni. È una situazione surreale, tra statue di santi accatastate, una sala da pranzo con playstation e carte per giocare insieme, una cucina dal gas singhiozzante con il quale ci preparano un pranzo da due in cui mangiamo in quattro. È un’ospitalità concreta e senza fronzoli, la loro. Un’ospitalità sincera e spiazzante. Claudio dà ordini e Alessandro esegue senza esitare, senza fiatare. Ci guarda con gli occhi grandi e basiti, mentre raccontiamo di questo viaggio che lascia i nostri fidanzati a casa, anche quando di fidanzati non ce ne sono, se non nelle parole che escono spontanee per difesa. Perché la vita ci ha riservato esperienze diverse, perché anche noi ci adattiamo, ma dopo aver incontrato tante persone che, incredule, continuano a chiederci - e a chiedersi - se non abbiamo paura, forse alla fine un po’ di paura l’hanno insinuata e un po’ di distanza la prendiamo. Giusto quella che serve per trovare un nuovo punto di incontro e condivisione.
Facciamo un altro giro nel paese nella “terra di basso” e ci perdiamo in vicoli tortuosi che non portano da nessuna parte. Risaliamo in piazza costeggiando la roccia viva che separa e tiene insieme il paese e incrociamo una processione, dopo aver messo un biglietto d’amore per il Molise nella “bocca di Cupido”. In piazza, il profano in coda al sacro: si sta allestendo il palco per un concerto. Chiediamo informazioni per la cena a una signora verde e viola, un suo amico ci riconosce, sanno che stiamo facendo il giro del Molise a piedi, parliamo un po’. È un’ospitalità diversa, qui. Un’ospitalità che va ricercata, che va richiesta. È un incontro che deve partire da noi, dal nostro “sforzo”. Ma oggi abbiamo ricevuto quella dei nostri coinquilini ed è già un gran regalo.
Di Bagnoli del Trigno, città doppia, dirò solo poche cose. Si arrampica sulla roccia, l’una, mentre l’altra dei monti non vede che le spalle. Le campane si rincorrono sempre: quella di basc’ fa l’eco a quella in copp’ e nessuna delle due segna l’ora, ma la precedenza di una sull’altra. Quando viene agosto, i suoi abitanti si nascondono negli anfratti per lasciare posto ai tassì che riempiono le strade. Mettono di nuovo la testa fuori solo per le feste. Due sono le chiese, due i campanili, due i santi patroni, così che chi vi abita non sa più a chi appartiene: quando è felice, vorrebbe essere triste; quando è sveglio vorrebbe dormire; quando arriva qualcuno vorrebbe essere ospitale, ma l’altra parte della città non gli permette di essere né l’uno né il due, così rimane fermo dove si trova. E aspetta.